La mente è come un paracadute, funziona solo quando è aperta.

lunedì 17 giugno 2013

Statistica: Il Tallone d'Achille dello Stato





di Murray N. Rothbard


[Questo articolo è stato pubblicato in Essays on Liberty, VIII (Irvington-on-Hudson, NY: Foundation for Economic Education, 1961), pp.255–261, e in The Freeman, Giugno 1961, pp. 40–44). E' stato ripubblicato in The Logic of Action Two (Edward Elgar, 1997, pp. 180–184). Rothbard aveva sviluppato una tesi simile in "The Politics of Political Economists: Comment," Quarterly Journal of Economics, 74, 4 (Novembre 1960), pp. 659–665, una critica su alcune tesi avanzate dall'economista George Stigler.]


La nostra è davvero l'Era della Statistica. In un paese e in un'epoca che venera i dati statistici come super "scientifici," come se ci offrissero le chiavi per un conoscenza omnicomprensiva, si riversa su di noi una vasta offerta di dati di tutte le forme e dimensioni. Sono partoriti per lo più dallo stato.

Mentre le agenzie private e le associazioni di categoria raccolgono e rilasciano alcune statistiche, sono limitate a specifici bisogni di settori specifici. La stragrande maggioranza delle statistiche sono raccolte e diffuse dallo stato. Le statistiche generali dell'economia, tra cui il famoso "prodotto nazionale lordo" che permette ad ogni economista di essere un indovino delle condizioni di business, provengono dallo stato.

Inoltre, molte statistiche sono sottoprodotti di altre attività statali: dal Bureau delle Entrate arrivano i dati fiscali, dai dipartimenti delle indennità di disoccupazione arrivano le stime dei disoccupati, dagli uffici doganali arrivano i dati sul commercio estero, dalla Federal Reserve arrivano statistiche sulle banche, e così via. E non appena vengono sviluppate nuove tecniche di statistica, vengono create nuove divisioni di dipartimenti governativi per affinarle ed usarle.

La fioritura di statistiche statali propone una serie di mali al libertario. In primo luogo, è evidente che troppe risorse vengono incanalate nella raccolta delle statistiche e nella produzione di statistiche. Dato un mercato totalmente libero, la quantità di lavoro, terra, capitale e risorse dedicate alle statistiche sarebbe concentrata in una piccola frazione del totale presente. E' stato stimato che il solo governo federale spende più di $48 milioni in statistiche, e che il lavoro statistico si avvale dei servizi di oltre 10,000 dipendenti civili a tempo pieno.[1]



Costi Nascosti

In secondo luogo, la grande massa di dati statistici viene raccolta mediante la coercizione dello stato. Ciò significa non solo che sono il prodotto di attività sgradite; ma significa anche che il vero costo di queste statistiche per il pubblico americano è molto più grande della semplice somma del denaro speso dalle agenzie governative. Il settore privato, e il consumatore privato, deve sostenere i costi onerosi dell'archiviazione dei documenti che richiedono queste statistiche. Non solo; questi costi fissi impongono un carico relativamente grande sulle piccole imprese, che sono mal equipaggiate per gestire le montagne di burocrazia che si riversano su di loro. Quindi, queste statistiche apparentemente innocenti paralizzano la piccola impresa e contribuiscono ad irrigidire il sistema imprenditoriale americano. La Hoover Commission ha rilevato, ad esempio, che:

Nessuno sa quanto costa all'industria americana compilare le statistiche richieste dallo stato. L'industria chimica da sola riferisce che ogni anno spende $8,850,000 per fornire report statistici richiesti da tre dipartimenti dello stato. Il settore utenze spende $32 milioni l'anno nella preparazione di relazioni per enti pubblici...

Tutti gli utilizzatori industriali di arachidi devono riferire il loro consumo al Dipartimento dell'Agricoltura... Dopo l'intervento della Task Force, il Dipartimento dell'Agricoltura ha convenuto che d'ora in poi solo quelli che ne consumano più di diecimila libbre l'anno devono presentare un rapporto...

Se le piccole modifiche venissero realizzate in due relazioni, la Task Force dice che una sola industria potrebbe risparmiare $800,000 l'anno in segnalazione statistica.

Molti dipendenti nel settore privato sono occupati nella raccolta di statistiche per lo Stato. Ciò è particolarmente gravoso per le piccole imprese. Un piccolo negozio di ferramenta in Ohio ha stimato che il 29% del suo tempo è assorbito nella compilazione di tali relazioni. Non di rado le persone a contatto con lo Stato devono tenere tutta una serie di libri per soddisfare le esigenze diverse e dissimili delle agenzie federali.[2]



Altre obiezioni

Ma ci sono altri motivi importanti, e non così evidenti, affinché il libertario consideri con sgomento le statistiche dello stato. Non solo la raccolta e la produzione delle statistiche vanno al di là della funzione statale di difesa delle persone e della proprietà; non solo vengono sprecate ed allocate malamente le risorse economiche, e gravati contribuenti, industrie, piccole imprese e consumatori. Ma le statistiche sono fondamentali per tutte le attività interventiste e socialiste dello stato.

Il singolo consumatore, nei suoi giri quotidiani, ha bisogno poco delle statistiche; attraverso la pubblicità, attraverso le informazioni di amici ed attraverso la propria esperienza, scopre cosa sta succedendo nei mercati intorno a lui. Lo stesso vale per le aziende. L'imprenditore deve inoltre studiare il suo particolare mercato, determinare il prezzo che deve pagare per quello che compra e farsi pagare per quello che vende, impegnarsi nella contabilità per stimare i costi, e così via. Ma nessuna di queste attività è davvero dipendente dall'omnium gatherum dei fatti statistici sull'economia di cui si ciba il governo federale. L'imprenditore, come il consumatore, conosce e impara a conoscere il suo mercato di riferimento attraverso la sua esperienza quotidiana.



Un Sostituto per i Dati di Mercato

I burocrati, così come i riformatori statalisti, sono in uno stato di affari completamente diverso: sono decisamente fuori del mercato. Pertanto, al fine di "entrare" nella situazione che stanno cercando di pianificare e riformare, devono entrare in possesso di una conoscenza che non è personale; l'unica forma in cui si può presentare tale conoscenza è attraverso la statistica.[3]

Le statistiche sono gli occhi e le orecchie del burocrate, del politico, del riformatore socialista. Solo attraverso le statistiche possono sapere, o almeno farsi una vaga idea, di quello che sta accadendo nell'economia.[4]

Solo attraverso le statistiche possono scoprire quanti anziani hanno il rachitismo, o quanti giovani hanno problemi dentali, o quanti eschimesi hanno problemi cutanei — e quindi solo mediante le statistiche questi interventisti possono scoprire chi "ha bisogno" di cosa nell'economia, e quanto denaro federale dovrebbe essere incanalato in quali direzioni.



Il Piano Generale

Sicuramente è solo mediente le statistiche che il governo federale può operare tentativi irregolari per pianificare, regolare, controllare o riformare vari settori — o imporre la pianificazione centrale e la socializzazione su tutto il sistema economico. Se il governo non ricevesse alcuna statistica sul mondo ferroviario, ad esempio, come potrebbe solamente iniziare a regolare le tariffe ferroviarie, le finanze e gli altri affari? Come potrebbe imporre controlli sui prezzi, se non sapesse nemmeno quali merci vengono vendute sul mercato, e a che prezzi? Le statistiche, per ripetere, sono gli occhi e le orecchie degli interventisti: del riformatore intellettuale, del politico, e del burocrate del governo. Rimuovete questi occhi e orecchie, oscurate tali sentieri verso la conoscenza, e tutta la minaccia di un intervento del governo sarà quasi completamente eliminata.[5]

E' vero, naturalmente, che anche se privato di ogni conoscenza statistica sugli affari della nazione, lo stato potrebbe ancora tentare di intervenire, di tassare, di regolamentare e di controllare. Potrebbe provare a sovvenzionare gli anziani anche senza avere la minima idea di quanti anziani ci siano e dove si trovano; potrebbe tentare di regolamentare un settore senza nemmeno sapere quante aziende ci siano o ignorando altri fatti di base del settore; potrebbe tentare di regolare il ciclo economico senza nemmeno sapere se i prezzi o le attività commerciali stanno migliorando o peggiorando. Potrebbe provarci, ma non andrebbe molto lontano. Il caos totale sarebbe un evento troppo palese e troppo evidente anche per la burocrazia, e certamente per i cittadini.

E questo è particolarmente vero in quanto una delle principali ragioni avanzate affinché lo stato intervenga è che "corregge" il mercato, e rende più razionale il mercato e l'economia. Ovviamente, se lo stato venisse privato di qualsiasi conoscenza degli affari economici, potrebbe anche non esserci una pretesa di razionalità in un suo intervento.

Sicuramente l'assenza di statistiche distruggerebbe immediatamente qualsiasi tentativo di pianificazione socialista. E' difficile vedere, per esempio, come i pianificatori centrali del Cremlino potrebbero pianificare la vita dei cittadini sovietici, se fossero privati ​​di tutte le informazioni, e di tutti i dati statistici, di questi cittadini. Lo stato non saprebbe nemmeno a chi dare ordini, tanto meno cercare di pianificare un'economia complessa.

Così, in tutta la selva di misure che sono state proposte nel corso degli anni per controllare e limitare lo stato o abrogare i suoi interventi, la semplice e poco spettacolare abolizione delle statistiche pubbliche sarebbe probabilmente quella più efficace. La statistica, vitale per lo statalismo, è anche il suo tallone d'Achille.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


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Note

[1] Cf. Neil Macneil and Harold W. Metz, The Hoover Report, 1953–1955 (New York: Macmillan, 1956), pp. 90–91; Commission on Organization of the Executive Branch of the Government, Task Force Report on Paperwork Management (Washington: June 1955); and idem, Report on Budgeting and Accounting (Washington: February 1949).

[2] Macneil and Metz, op. cit., pp. 90–91.

[3] Sulle mancanze della statistica in rapporto alla conoscenza personale di tutti i partecipanti al mercato, consultare la discussione illuminente di F.A. Hayek, Individualism and the Economic Order (Chicago: University Press, 1948), Capitolo 4. Vedi anche Geoffrey Dobbs, On Planning the Earth (Liverpool: K.R.P. Pubs., 1951), pp. 77–86.

[4] Nel 1863, Samuel B. Ruggles, delegato americano presso l'International Statistical Congress a Berlino, dichiarò: "La statistica rappresenta gli occhi dello statalista, permettendogli di indagare l'intera struttura ed economia del corpo politico attraverso un punto di vista chiaro ed esauriente." Per maggiori dettagli sulla correlazione tra statistica — e statistici — e lo stato, vedi Murray N. Rothbard, "The Politics of Political Economists: Comment," The Quarterly Journal of Economics (Novembre 1960), pp. 659–65. Vedi anche Dobbs, op. cit.

[5] "La politica dello stato dipende da una conoscenza dettagliata sull'occupazione, sulla produzione e sul potere d'acquisto. La formulazione delle leggi e del progresso amministrativo… della supervisione… della regolamentazione… e del controllo… deve essere guidata da un'ampia conoscenza di fatti rilevanti. Oggi come non mai, i dati statistici giocano un ruolo importante nella supervisione delle attività Statali. Gli amministratori non solo elaborano piani in base a fatti noti nel loro campo d'interesse, ma devono anche venire a conoscenza dell'attuale progresso raggiunto nel perseguire i loro fini." Reports on Budgeting and Accounting, op. cit., pp. 91–92.

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OkNotizie

venerdì 14 giugno 2013

Deformazioni, distorsioni e frammentazioni





di Francesco Simoncelli


[Questo articolo è apparso anche sul magazine online The Fielder.]


«Conscia mens recti famae mendacia risit, sed nos in vitium credula turba sumus (La retta coscienza si ride delle menzogne della fama, ma noi siamo una razza facile a credere al male).» ~ Ovidio

La perenne discesa delle varie entità istituzionali del mondo in una depressione senza fine lascia davvero senza parole. Non è tanto la loro capacità di scavarsi la fossa, ma come la maggior parte delle persone sia propensa a credere a qualsiasi menzogna (non importa quanto grande sia) solo per vivere ancora un'ora in più nell'illusione. Preferiscono ignorare la realtà. Credono che lo stato sia un'entità talmente potente da poter soverchiare qualsiasi difficoltà ed uscirne pulito e prospero. Credono ancora nella salvezza attraverso lo stato.

E' razionale? In parte. La droga monetaria ha svolto un ruolo di assuefazione per il loro giudizio critico, è difficile mollarla. Il socialismo è conturbante e seducente, promette infatti paradisi all'orizzonte che rimangono tali: all'orizzonte. Non ci stiamo avvicinando a quell'orizzonte bensì al punto di rottura. La società dovrà operare una scelta: credere in una menzogna più grande oppure rinsavire. Optare per la prima "soluzione" è nient'altro che un palliativo, il quale condurrà solamente ad un dolore maggiore nel futuro.

Significa voltare le spalle a dei problemi che si fanno sempre più incalzanti. La colpa non è solo dei truffatori che perpetuano a tutti i costi la farsa in cui viviamo oggi, ma anche dei truffati che preferiscono abbandonarsi ad una vita di sicurezza temporanea. Lo stato non manterrà le sue promesse. Non le mantiene mai. Coloro che hanno creduto nel suo potere salvifico si ricrederanno quando si renderanno conto che i pianificatori centrali li avranno lasciati con un pugno di mosche in mano. E' così che agiscono coloro che impugnano la violenza monopolistica dello stato: costringono gli individui di una determinata società in uno scambio forzato. Ricorpono questo artifizio di parole rassicuranti, "penseremo a tutto noi, voi non dovete avere preoccupazioni."

Allora prendono in prestito oggi per pagare domani con denaro svalutato. Questo gioco è andato avanti sin da quando Bismarck inventò il sistema pensionistico. Oggi questo sistema è al collasso. Irriformabile senza un aumento infinito dell'età pensionabile, condannato da una curva demografica in progressivo invecchiamento, da un bacino dei risparmi reali seriamente danneggiato, dalle sconsideratezze permesse dal sistema statale. Le passività non finanziate di Previdenza Sociale e Medicare degli Stati Uniti ammontano a circa $222 bilioni, e gli altri stati mondiali languono nelle stesse condizioni. Gli stessi banchieri centrali non hanno soluzioni per i casini che loro stessi hanno creato.

Sono entrati in un territorio pericoloso che inizierà a scricchiolare sotto i loro piedi non appena lasceranno intuire che i loro programmi infiniti di monetizzazione dei debiti sovrani potranno soffrire di una lieve battuta d'arresto. Un vicolo cieco senza via di scampo se non un default.

Ma allora perché i truffati si lasciano truffare così facilmente?



GETTARE FUMO NEGLI OCCHI

L'economia è una delle scienze più importanti che possiamo avere a disposizione per osservare l'essere umano e cercare di descriverne le sue azioni. L'analisi di queste osservazioni venne definita da Ludwig von Mises come prasseologia, ovvero, lo studio dell'azione umana. Questo tipo di impostazione della materia ci suggerisce come l'economia sia sostanzialmente una scienza sociale, con l'imprevidibilità della stessa azione umana che ne rende affascinante lo studio. Tale affermazione è ancora vera, solo che il tempo ha operato delle deformazioni andando a lacerare profondamente questo legame tra economia ed azione umana.

Infatti, oggi la maggior parte delle persone che sente parlare di economia pensa immediatamente alla matematica. Ritiene che l'economia sia da categorizzare come scienza naturale, rivestendo la materia di un alone scientificamente ingiustificato. Uno dei primi autori della storia a sottolineare l'assenza di giustificazioni per questo assunto fu Adam Smith, il quale attraverso i suoi scritti rimarcava come il libero mercato fosse in antitesi con la pianificazione centrale e con tutto ciò che concerneva l'interventismo di entità esterne (es. lo stato). La quasi totalità dell'attività legislativa serve a creare privilegi a favore dei gruppi organizzati ed è contro l'interesse generale, diffuso, decentrato, di consumatori, risparmiatori, contribuenti, ecc. Una veloce lettura di The Wealth of Nations di Smith e Law Legislation and Liberty di F. A. Hayek fornirebbe esempi in abbondanza a favore di questa tesi.

Il punto qui è che non si possono avere strutture pianificate a tavolino, esse condurranno sempre a fallimenti perchè data l'imprevidibilità dell'azione umana essa sconquasserà sempre i piani ben congeniati di chiunque si voglia improvvisare ingegnere sociale. E' un processo inevitabile questo, e se viene soppresso si ripresenterà in un momento successivo con un conto più alto da saldare. Questo si ripeterà fin quando gli errori commessi dalla presunzione della pianificazione centrale non verranno infine ripuliti.

Nel mezzo ci sono i venditori di fumo i quali affermano di poter implementare una ricetta magica in grado di abolire questa legge naturale che non prescinde da niente e nessuno. Loro cercano di convincere gli individui che esiste una via di mezzo con la quale aggiustare il panorama economico rotto, una soluzione che non preveda alcun dolore e per giunta gratuita. E' il caso di Marx, il quale nel Manifesto del Partito Comunista sosteneva di come la società avesse bisogno di una banca centrale per impedire agli economisti di libero mercato di fare gli interessi della borghesia. Questa fu una giustificazione per il socialismo e l'interventismo.

Diversamente da quello che sosteneva Marx, una banca centrale non fa altro che creare un cartello, un oligopolio grazie al quale fare gli interessi di determinati soggetti col beneplacito dello stato. Ancora una volta clientelismo, truffa e furto. Un processo portato avanti silenziosamente attraverso la manipolazione dei tassi di interesse e dei prezzi in generale grazie all'inflazione.

Il testimone poi passò a Keynes che non fece altro che portare avanti le tesi di Marx, giustificando e richiedendo l'interventismo dello stato durante i cicli economici. Keynes, infatti, non era affatto un liberale bensì un socialista hard-core. Nella General Theory egli auspica la cosiddetta eutanasia del rentier (o risparmiatore), in modo che lo stato potesse entrare in scena e rifornire esso stesso il mercato di risorse per gli investimenti necessari.

Si giustifica un tasso di interesse moderatamente alto con la necessità di produrre un sufficiente incentivo a risparmiare. Ma si è mostrato che il livello effettivo dei risparmi è necessariamente determinato dal livello degli investimenti ed il livello di questi ultimi è promosso da un basso tasso di interesse a patto che non tentiamo di stimolarlo in questo modo oltre al livello a cui corrisponde la piena occupazione (se lo facciamo, secondo Keynes, otteniamo solo inflazione dei prezzi). Quindi è nel nostro miglior interesse ridurre il tasso di interesse in modo tale da eguagliarlo all’efficienza marginale del capitale nella situazione in cui vi è piena occupazione. [...]

Chi possiede capitale guadagna un interesse perché il capitale è scarso, allo stesso modo di come il proprietario di terre può percepire un affitto perché la terra è scarsa. Ma mentre ci possono essere motivi reali per la scarsità della terra non sussistono reali motivi per la scarsità di capitale Pertanto, in pratica [...] un aumento dell’offerta monetaria può essere attuato fino a che il capitale cessi di essere scarso [...] ciò significa l’eutanasia del rentier e di conseguenza l’eutanasia del sempre crescente potere oppressivo del capitalista di sfruttare la scarsità di capitale.[1]

Analogamente alle tesi Marxiste, quelle Keynesiane tendono a sopprimere il risparmiatore, colui che fa incetta di denaro in determinati momenti nel tempo. Marx li definiva borghesi, secondo lui sottraevano risorse dal mercato e ne facevano incetta solo per tornaconto personale (guadagnando sugli interessi). Per Keynes il rispamio dei capitalisti andava a togliere denaro dalla circolazione, inficiando di conseguenza il tessuto economico e causando problemi alla domanda di beni e servizi. Ovviamente Keynes imputava queste azioni a degli "spiriti animali" i quali annebbiavano la vista di tali rentier impedendo loro di concentrarsi sul bene della scoietà. A questo punto andava ad invocare l'intervento dello pianificazione centrale affinché aumentasse l'offerta di moneta e permettesse allo stato di impegnarsi in progetti di investimento.

L'equivalente del risparmio nell'ottica Keynesiana, solo che questa azione andava ad azzerare il valore del denaro risparmiato dai rentier perché abbassava artificialmente il tasso di interesse del denaro in modo che non avrebbero avuto incentivi a risparmiarlo. Secondo questo modo di pensare, quindi, la spesa del governo avrebbe ravvivato l'economia.

Ma questa teoria non solo non fa altro che giustificare un intervento positivo dello stato nell'economia (cosa distruttiva), ma anche una spesa in direzioni contrarie a quelle di mercato. Ciò non fa altro che alimentare l'azzardo morale nell'economia. Ciò non fa altro che alimentare investimenti improduttivi. Ciò non fa altro che giustificare un consumo scriteriato da parte del consumatore, il quale non viene più considerato un essere pensante bensì un maiale che si rotola nella fanghiglia adatto solo a grufolare e divorare. Che poi queste politiche non abbiano evitato le varie bolle che si sono susseguite nel tempo e che non stiano curando i malanni dell'attuale economia è significativo.

Ma invece di spalleggiare la fine di queste distorsioni, la propaganda no fa altro che promettere vie di fuga immaginarie paventate da sacrifici sempre più grandi ed un baratro inevitabile sdoganato con parole frivole dedicate all'attenzione sul presente. Questa strategia ha portato solo conforto per coloro ben connessi con l'establishment, gettando nella miseria il resto della popolazione.




Quello che sfugge all'analisi mainstream è che l'economia è composta da persone pensanti i cui desideri sono fondamentali per la corretta allocazione delle risorse all'interno del mercato, quindi ogni singolo individuo è un rentier perché attraverso le sue decisio di consumo o astensione dal consumo dirige organicamente il flusso di risorse nel panorama economico. Gli individui non sono pezzi di una scacchiera da poter muovere a discrezione dei pianificatori centrali. E dal grafico sopra capiamo che colpire tali soggetti non fa altro che arrecare danno a Main Street piuttosto che a Wall Street.

Creare denaro dal nulla e consegnarlo allo stato affinché lo investa non è la soluzione. Si avvia uno scambio di niente per qualcosa, la produzione infatti non subisce variazioni mentre la massa monetaria sì ed i primi ricevitori di questa nuova moneta la utilizzano avvantaggiandosi su coloro che la riceveranno per ultimi. La creazione di moneta, quindi, va a drenare risorse dai risparmiatori e le consegna coercitivamente e silenziosamente ad altri soggetti (es. stato e banche). Tale processo va avanti e finisce per inficiare il bacino dei risparmi reali consentendo alle attività consumatrici di ricchezza di prendere il sopravvento: le bolle finanziarie sono ineluttabili.



DELEVERAGING?

Ma la religione Keynesiana non si sofferma molto su questo punto. Anzi non si sofferma affatto su questo punto, affermando come la crisi sia solamente un intralcio ed un'anatema per il mercato, quando invece rappresenta un processo purificatore degli eccessi passati. La domanda aggregata è tutto quello che conta in ottica Keynesiana, e come si stimola questa domanda? Creazione di denaro in cambio di debito e spesa di tale denaro. Secondo questo ragionamento si andranno a stimolare i consumi e gli investimenti. Cosa manca in questo modo di ragionare? Il capitale. I Keynesiani non hanno affatto una teoria del capitale, a differenza degli Austriaci, quindi ignorano la scarsità del capitale.

Ignorando questo passaggio considerano il capitale come un parametro infinito creabile ad libitum dalla banca centrale e quindi spendibile dal governo in qualsivoglia investimento. Produttivo? Improduttivo? Non importa, nell'ottica Keynesiana il capitale viene sradicato della sua qualità. Non solo, ma lo stato per assicurarsi questi finanziamenti a buon mercato emette IOU i quali vanno ad aumentare il suo fardello di debito. Il problema con questo trucco contabile è che all'aumentare del debito diminuisce l'utilità marginale dello stesso.




La reddività marginale del debito è il rapporto tra debito, deficit e PIL. Immaginate un individuo che contrae un debito e utilizza il denaro per mettere su un'attività. Se la sua attività genera entrate maggiori rispetto al debito contratto, allora la redditività marginale sarà positiva e premierà l'individuo. (Se ad esempio per ogni 10 di debito ne guadagna 20.) Ma se l'individuo dovesse incappare in errori imprenditoriali e diminure le entrate rispetto al debito, quest'ultimo andrebbe  a sottrarre capacità funzionale all'impresa dell'individuo. (Se ad esempio per ogni 10 di debito ne guadagna 5.) Ovviamente se la redditività marginale scende in terreno negativo, ogni unità di debito accumulata eroderà la produttività dell'impresa dell'individuo facendolo finire in poco tempo in bancarotta. Questa pratica ha senso, quindi, solo se la redditività è positiva e genera entrate utili da spendere.

La stessa cosa la si può immaginare per quanto riguarda lo stato, in cui il deficit va a sottrarre risorse al settore privato affinché le possano utilizzare i pianificatori centrali. Come abbiamo detto in precedenza, la corretta allocazione delle risorse è compito degli individui e dei loro desideri e non di burocrati che hanno la presunzione di conoscenza. Sono impossibilitati ad operare un corretto calcolo economico e quindi tendono a sprecare risorse piuttosto che ad allocarle secondo i desideri degli agenti economici. Questa è una lezione che dovremmo ricordare, come spiegò Ludwig von Mises nel suo libro Economic Calculation in the Socialist Commonwealth.

Come vediamo dal grafico qui sopra ogni dollaro di debito ha generato sempre meno entrate utili e di conseguenza ogni nuovo debito ha generato sempre meno PIL. In termini ptratici osserviamo quest'altro grafico:




Nel caso degli USA, all'inizio del 2010 ogni dollaro di nuovo debito sottraeva 45 centesimi di produttività. Il punto di saturazione arriverà nel 2015.

Cosa significa? Ogni unità di debito aggiuntiva andrà a distruggere ogni unità addizionale di PIL. E' per questo che oggi molti economisti mainstream e commentatori mainstream (ovvero Keynesiani e MMTers) continuano ad estremizzare Keynes, perché le loro ricette stanno producendo oslo danni e non sanno fare altro che chiederne di più come se maggiore li quidità possa risolvere questo problema. E' inutile se qualcuno si lamente che questo non è quello che consigliava Keynes, è la diretta conseguenza della sua giustificazione dell'interventismo dello stato in faccende più grandi di lui. Il lungo termine è qui.

La sconsideratezza dei pianificatori centrali gli si sta ritorcendo contro, il salvataggio di quelle entità considerate troppo grandi per fallire sta gettando nell'oblio il resto della società. Come nell'esempio precedente dell'individuo che va in bancarotta a causa del raggiungimento del punto di saturazione, nel 2008 il settore bancario doveva andare in bancarotta per ripulire il mercato dagli errori commessi nel passato, stesso fato che sarebbe dovuto toccare nel 2010 agli stati europei che hanno commesso azzardo morale negli anni successivi alla creazione dell'euro. La perpetuazione dello status quo ed il salvataggio di quelle entità che sarebbero dovute fallire sta generando questa situazione insopportabile che culminerà con la distruzione del tessuto economico in cui siamo immersi.

Con i salvataggi continui a cui assistiamo anche oggi, gli stati mondiali stanno tentando di prolungare l'arrivo di quel punto di saturazione. Ma più ci provano, più le conseguenze saranno pesanti e dolorose.



FONDAMENTALI NEBULOSI

Tale tentativo sta formando un divario crescente tra i mercati e la realtà economica. Finché la banca centrale continuerà ad essere accomodante, le cose sembreranno andare bene ma questa è una cosa che non può durare per sempre. L'inversione di tendenza è un'inevitabilità. E data la mole di errori è probabile che alla prossima recessione (come se ne fossimo usciti dalla precedenti) i pianificatori centrali perdano definitivamente il controllo.




Questi non sono tempi normali, il grado di separazione tra realtà economica e mercati è talmente ampio che ormai non si contano più quanti settori sono in bolla. O per meglio dire, sotto alimentazione artificiale da parte delle banche centrali. Prendete ad esempio il mercato obbligazionario sovrano il quale ha visto aumentare i suoi acquisti da parte delle principali banche centrali mondiali a livelli esponenziali, ciò non ha fatto altro che abbassare artificialmente il loro rendimento a livelli ridicoli. Gli investitori, dapprima rinfrancati dalla scoperta di titoli sicuri, hanno iniziato ad innervosirsi quando i tassi di interesse reali sono diventati negativi, quindi la disperazione li ha portati ad apprezzare e rendere appetibile anche la spazzatura.

Inoltre, solo un anno fa i decennali greci rendevano il 30% e riflettevano il reale stato del paese ellenico. Non solo, ma l'haircut sul capitale di tale bond aveva letteralmente derubato coloro che avevano creduto alle promesse di un manipolo di burocrati facendo capire loro csa volesse dire prestare denaro allo stato. Oggi cosa succede? Gli stessi titoli rendono il 10%, ma l'economia reale è alla deriva con, ad esempio, una disoccupazione che ha raggiunto circa il 30%. Illusioni.

Ma l'economia mondiale che palesemente soffra di una gigantesca bolla azionaria è il Giappone, con la politica di Kuroda atta a distruggere definitivamente lo yen. Ovviamente, nel contorto mondo del mainstream nulla è più certo di qualcosa che viene negato. Soprattutto da pagliacci economici del calibro di Krugman, il quale all'epoca della bolla immobiliare dapprima la invocò e poi la difese. Oggi sta facendo la stessa cosa. La sua tesi ricorda molto quella di Irving Fisher nel 1929, secondo il quale stava avanzando un nuovo modello imprenditoriale ed uan nuova era economica che avrebbero condotto ad una prosperità permanente. Perse tutti i suoi soldi nel crollo del mercato azionario dell'epoca.

Inoltre Krugman giustifica la migrazione di quegli investitori che si stanno spostando dai bond a rendimenti ridicoli verso il mercato azionario, tralasciando allegramente il fatto che è la FED la responsabile di quei rendimenti bassi. Secondo la sua ottica l'interventismo e la manipolazione dei fondamentali economici è un ottimo incentivo a cui far reagire gli attori economici; non è affatto un artifizio creato a tavolino dai pianificatori centrali che non sanno più dove sbattere la testa. Anche perché, ricordate, non esiste alcun piano B.

E non dimentichiamo la bolla dei prestiti studenteschi la quale sarà la nuova bolla dei subprime. Sin dal 1999 questa bolla è cresciuta del 500% e ha fatto aumentare del 48% la disoccupazione nella fascia d'età tra i 25 ed i 34 anni. Questi prestiti sono pressoché impossibili da ripagare dato il panorama depresso nel mondo del lavoro e l'impossibilità di andare in default da parte dei contraenti.

In questo panorama la tentazione e la testardaggine dei pianificatori centrali è quella di affermare che stavolta è diverso, che le società moderne sono immuni ai problemi elencati qui sopra. Ne dubito fortemente. Nell'ultimo mese i bond USA hanno perso un terzo del loro valore, questo significa perdite per miliardi di dollari per coloro che li posseggono. E solo in 30 giorni... figuriamoci se i tassi di interesse dovessero aumentare. Poi se ci mettiamo dentro anche il mercato degli altri bond e dei derivati (che non sono altro che scommesse sugli stessi tassi di interesse) le perdite salgono a livelli esorbitanti.

Promemoria: se i tassi di interesse aumentano del doppio, il loro valore cala della metà. Gli investitori e gli speculatori (soprattutto) sono alquanto incazzati per la situazione che si è venuta a creare nel mercato obbligazionario sovrano dove i rendimenti sono a livelli incredibilmente ridicoli. Dati i rendimenti negativi della maggior parte dei titoli sovrani, la disperazione per tassi di interesse "decenti" sta facendo diventare appetibile anche la spazzatura. I junk bond stanno avendo il loro momento di gloria, e addirittura i titoli greci stanno diventando appetibili!

Poi non scordiamoci i rally nei mercati azionari alimentati dalle banche centrali. E infine è tornato Krugman alla ribalta dicendo, come durante l'epoca della bolla immobiliare, che non c'è alcuna bolla! A coronare la festa c'è Draghi che dichiara di essere pronto ad applicare tassi di interesse negativi sui depositi overnight delle banche commerciali.

La loro strategia di conferire un'immagine di solvibilità a questo scempio gli si sta ritorcendo contro. E' l'inizio della fine.



CONCLUSIONE

I problemi economici stanno raggiungendo un punto critico e la loro soluzione, procrastinata nel tempo, esploderà in faccia a coloro che si lasceranno trovare impreparati. Le radici di questi problemi sono state alimentate nel corso della storia dalle fallacie di Marx e Keynes, ed irrobustite da obbrobri burocratici come il Peel's Bank Act. Questo scenario può solo avere un singolo esito: la bancarotta degli stati mondiali. Prima di arrivare a questo esito, pero', faranno terra bruciata di tutto quello che hanno intorno.

Gli esperti nel 2007 avrebbero riso in faccia a chi avrebbe avanzato un simile panorama. Erano manifestamente Keynesiani e volevano farci credere che il Keynesismo fosse la soluzione ai nostri grattacapi. Le loro ricette non stanno funzionando, ed è per questo che si sbracciano affinché venga implementata "più della stessa cosa." Il Giappone sta entrando in un buco nero mediante lo stimolo dell'inflazione con l'Abenomics; l'euforia è durata solo 2 mesi. L'Inghilterra è sill'orlo del precipizio e nonostante l'acquisto di bond del governo per u  ammontare di $569 miliardi è stato prodotto solo un misero 0.5% di "crescita."

L'Europa non è in recessione, bensì in depressione. I banchieri del nord hanno prestato denaro ai paesi periferici i quali hanno cavalcato la bolla del credito facile col beneplacito della BCE. Ora i paesi periferici sono in bancarotta ed i banchieri del nord cercano di arrovellarsi il cervello affinché gl iinteressi su quei prestiti vengano ripagati.

La scuola Keynesiana ha alimentato la creazione di questo parnoama economico giustificando le sconsideratezze dei governi mondiali, ora non possono sottrarsi dalle loro responsabilità. Sono stati sulla cresta dell'onda economica per oltre 60 anni. Per un sacco di tempo ci hanno assicurato che niente del genere sarebbe accaduto. Sta accadendo invece e continuerà ad acadere. Che le principali banche centrali del mondo continueranno a stampare moneta o invertiranno il loro corso, continuerà ad accadere.


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Note

[1] Teoria Generale dell'Occupazione, dell'Interesse e della Moneta, John Maynard Keynes, pagg. 371-372.

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OkNotizie

giovedì 13 giugno 2013

La Ripresa Fasulla

La bolla dei prestiti studenteschi continua a gonfiarsi inesorabilmente. Il debito medio di uno studente universitario è di circa $26,800, un aumento del 5% rispetto all'anno scorso. Quello che invece viene per lo più taciuto è che del bilione totale di debito, circa $850 miliardi sono dovuti al governo degli Stati Uniti.  I restanti $150 miliardi sono invece dovuti alle banche. Ma come è possibile? Lo stato non è qui per il nostro bene? Possibile che abbia attirato questi poveracci in una pozza di catrame da cui non potranno mai uscire? Sì. La soluzione chiaramente sarebbe la chiusura dei rubinetti e la dismissione del programma di prestiti agli studenti, ma il Congresso non approverà mai questa strada. Perché? Perché gli elettori non glielo permetteranno, ne sono dipendenti ormai. Addirittura un'agenzia del governo ha rilasciato un avvertimento circa gli effetti distruttivi di questo debito sull'economia generale. Sta mettendo in guardia le persone da un problema creato dal governo stesso! Non c'è altra soluzione se non quella di approvare una legge che permetta agli studenti gravati da questo fardello di poter andare in bancarotta e di terminare tutti i programmi di prestiti agli studenti. Ciò risolverebbe circa il 90% dei problemi. Lo zio Sam ntraprenderà questa strada? Ovviamente no. Pregherà che la crisi se ne vada magicamente? Ovviamente sì.
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di Bill Bonner


Non c'è molto da dire a seguito del nuovo massimo del Dow. Nessuna nuova salita né grande crollo.

Per quanto ne possiamo sapere, il denaro facile della FED ha fatto salire i prezzi delle azioni. Gli investitori si aspettano più soldi facili. Quindi pensano che le azioni saliranno di più.

Siamo stati invitati ad una conferenza di investimento a New York. Ciò che ci ha colpito finora è come siano ottimisti i giovani investitori. Pensano che le azioni saliranno per sempre.

"Ho 36 anni," ci ha spiegato uno. "Ciò significa che ero troppo giovane per entrare nel boom del 1982-2000. Tutto quello che ho visto sono le azioni che vanno su e giù. Sono solo un po' più alte oggi rispetto al 2000 – quando avevo appena 23 anni.

"Ma quando guardo indietro, alla storia del mercato azionario, quello che vedo è un mercato che compie grandi salti in avanti... poi entriamo in periodi in cui i prezzi non vanno da nessuna parte... e poi sperimentiamo un altro grande balzo in avanti. Voglio essere sicuro di non mancare il prossimo grande passo verso l'alto."

La sua lettura della storia del mercato azionario è molto diversa dalla nostra. Quello che vediamo è un mercato che, in termini aggiustati all'inflazione, sale... e poi va giù. Può salire per decenni... e scendere per decenni.

Il prossimo grande movimento al rialzo potrebbe non iniziare per altri 5-10 anni. Nel frattempo, gli investitori potrebbero perdere la metà o due terzi del loro denaro.

Poi di nuovo, potrebbe non esserci un altro rally in vista. Ma il mercato al rialzo degli anni '50 e '60 era basato sulla crescita e sull'espansione della produzione. E il mercato al rialzo degli anni '80 e '90 fu trainato dall'espansione del credito.

Cosa guiderà il prossimo mercato al rialzo? La crescita economica reale ha rallentato a passo d'uomo. La popolazione sta invecchiando. La produttività è in calo. Il credito non può espandersi per sempre.

I più grandi mercati al rialzo sono finiti? Non lo sappiamo. Ma non scommetteremmo il nostro futuro finanziario andando dietro al prossimo.



Ricchezza Illusoria

"Ma le azioni sono salite sin dal 2009," ci ha risposto il giovane. "Le aziende fanno registrare profitti da record. Ci sono un sacco di nuove tecnologie ed innovazioni online. Non vedo alcuna ragione per cui questo mercato al rialzo sia alla fine. Potrebbe andare avanti per molti anni."

Sì, potrebbe.

Ma questo è un mercato guidato dall'illusione... come abbiamo spiegato. E' un'illusione creata dal denaro falso.

"Oh, andiamo... il nuovo denaro della FED è proprio quello vecchio."

Beh, sì... e no. Ciascuno dei vecchi dollari rappresentava una certa quantità di beni e/o servizi. Tale quantità era misurata con il "prezzo" delle cose.

Ora la FED sta creando più dollari – al ritmo di $85 miliardi al mese. Le altre banche centrali stanno facendo qualcosa di simile... con la Banca del Giappone in testa. La BoJ sta creando, in proporzione alle dimensioni dell'economia giapponese, molta più moneta rispetto alla FED.

Allo stesso tempo, l'economia NON sta creando tanto in termini di beni e servizi. La produzione reale del settore privato è circa la stessa di come era 10 anni fa.

Questo è ciò che rende diverso il denaro nuovo da quello vecchio: non è coperto da nuova produzione.

Sarà inevitabile che alla fine dovrà andare alla ricerca della produzione esistente... e non quella nuova. L'unico risultato può essere un aumento dei prezzi. Quanto più in alto? Nessuno lo sa.

Dipende dal tasso di crescita del credito e dalla velocità del denaro... che dipendono da come se la cava l'economia... e da come le persone sono desiderose di sbarazzarsi dei loro dollari. (Cioè, in base alla loro percezione della qualità del loro denaro.)

In un modo o nell'altro, il dollaro varrà meno di quanto vale oggi. Quanto di meno? Solo il tempo ce lo dirà.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli



OkNotizie

mercoledì 12 giugno 2013

La stabilità dei prezzi della FED danneggia l'economia USA

Ci sono molte città in bancarotta negli Stati Uniti. Dopo Vallejo, Stockton, San Bernardino e Detroit, inizia a vacillare anche Chicago. Ma quello che più mi preme considerare è il fallimento dei vari fondi pensione all'interno dell'allegra capanna dello zio Sam. Come veniva ricordato in un altro articolo: "Un buon indicatore della solidità del piano pensionistico del governo è se il rapporto di finanziamento degli asset rispetto alle passività raggiunge almeno l'80%. Secondo il Government Accountability Office, il 40% dei piani pensionistici dei governi statali e locali era già sceso al di sotto del livello di finanziamento dell'80% prima della recessione del 2008. I dati post-recessione mostrano ora che il 62% di essi è sceso al di sotto del livello di finanziamento dell'80% e che 11 stati sono proiettati ad esaurire tutti i loro asset pensionistici entro il 2020." Ora infatti apprendiamo che: "L'Illinois ha uno dei sistemi pensionistici peggio finanziati del paese; il governatore Pat Quinn e l'amministrazione statale stanno attualmente combattendo una battaglia politica per cercare di trovare una via d'uscita al problema dei $96 miliardi di passività non finanziate -- un divario così grande che ha fatto cin modo che l'Illinois avesse un rating di credito tra i più bassi tra gli stati degli USA."
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di Frank Shostak


Secondo il membro del Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea, Ewald Nowotny, il Presidente della Federal Reserve Ben Bernanke non corre alcun rischio di inflazione negli Stati Uniti. Secondo Nowotny, Bernanke ha disegnato un ritratto "molto ottimista" sulle prospettive degli Stati Uniti.

"Non corrono assolutamente alcun pericolo di una espansione dell'inflazione," ha detto Nowotny. Bernanke ha detto che l'inflazione degli Stati Uniti dovrebbe rimanere all'1.3% quest'anno.

Le previsioni della FED indicano un'inflazione tra l'1.3 e l'1.7% entro la fine di quest'anno. Il tasso annuale di crescita dell'indice dei prezzi al consumo (CPI) si attesta all'1.5% di Marzo contro il 2% di Febbraio ed il 2.7% del Marzo dello scorso anno.

Anche la dinamica di crescita del core CPI (il CPI meno cibo ed energia) ha rallentato a Marzo rispetto al mese precedente. Il relativo tasso annuale di crescita si è contratto all'1.9%, dal 2% di Febbraio e dal 2.3% del Marzo dello scorso anno.




Per Bernanke, e per la maggior parte degli esperti, il ​​fattore chiave che pone le basi per dei fondamentali economici sani è la stabilità dei prezzi come rappresentata dall'indice dei prezzi al consumo.

In base a questo modo di pensare, la stabilità dei prezzi non oscura la visibilità delle relative variazioni nei prezzi di beni e servizi.

Di conseguenza, si ritiene che questo possa condurre ad un uso efficiente delle risorse scarse e, quindi, al miglioramento dei fondamentali economici.

Un livello dei prezzi stabile consente alle aziende di vedere con chiarezza i segnali del mercato, i quali sono veicolati dalle relative variazioni nei prezzi di beni e servizi.

Per esempio, diciamo che c'è stato un rafforzamento della domanda per le patate rispetto ai pomodori. Questo rafforzamento, a sua svolta, verrà rappresentato dal relativo aumento dei prezzi delle patate rispetto ai pomodori.

In un libero mercato le aziende prestano attenzione ai desideri dei consumatori guardando i cambiamenti nei prezzi dei beni e dei servizi. Non rispettare i desideri dei consumatori porterà ad una produzione sbagliata di beni e servizi, cosa che porterà a perdite.

Nel nostro caso le imprese, prestando attenzione ai cambiamenti dei prezzi relativi, sono suscettibili ad aumentare la produzione di patate rispetto ai pomodori.

In base a questo modo di pensare, se il livello dei prezzi non è stabile allora la visibilità delle relative variazioni di prezzo diventa sfocata e, di conseguenza, le imprese non possono accertare i relativi cambiamenti nella domanda di beni e servizi e non possono prendere le decisioni di produzione corrette.

Questo porta ad una cattiva allocazione delle risorse e all'indebolimento dei fondamentali economici. In breve, cambiamenti instabili nel livello dei prezzi oscurano i cambiamenti di prezzo nei beni e servizi.

Di conseguenza, le aziende avranno difficoltà a riconoscere un cambiamento nei prezzi quando il livello dei prezzi è instabile.

Sulla base di questo modo di pensare non sorprende che il mandato della banca centrale sia quello di perseguire politiche che porteranno alla stabilità dei prezzi, ovvero ad un livello dei prezzi stabile.

Attraverso vari metodi quantitativi gli economisti della FED hanno stabilito che i responsabili politici devono mirare a mantenere l'inflazione nei prezzi al 2%. Ogni eventuale scostamento significativo da questa cifra costituirà una deviazione dal percorso di crescita della stabilità dei prezzi.

Si osservi che i responsabili delle politiche della FED ci dicono che devono stabilizzare il livello dei prezzi al fine di consentire l'efficiente funzionamento dell'economia di mercato.

Ovviamente questa è una contraddizione in termini, dal momento che ogni tentativo di manipolare il cosiddetto livello dei prezzi comporta interferenze con i mercati e, quindi, falsi segnali trasmessi dalle variazioni dei prezzi.

Attraverso il direzionamento dei tassi di interesse ed il pompaggio monetario non è possibile rafforzare i fondamentali economici, ma, al contrario, peggiora solo le cose. Ecco perché.



La politica di stabilità dei prezzi porta ad una maggiore instabilità

Diciamo che il cosiddetto livello dei prezzi stia iniziando a mostrare un calo visibile nella dinamica di crescita. Per evitare questo declino, la FED comincia a spingere aggressivamente denaro nel sistema bancario.

Come risultato di questa politica, dopo un certo intervallo di tempo, il livello dei prezzi si stabilizza. Dovremmo considerarlo come un successo dell'azione della politica monetaria? La risposta è categoricamente no.

Dato che il pompaggio monetario mette in moto la deviazione di ricchezza da attività generatrici di ricchezza verso attività non generatrici di ricchezza, ovviamente questo porta ad un indebolimento del processo di produzione di ricchezza e ad un impoverimento economico.

Si noti che l'impoverimento economico è avvenuto malgrado un livello dei prezzi stabile. Si noti inoltre che, al fine di conseguire la stabilità dei prezzi, la FED ha dovuto acconsentire ad un aumento della dinamica di crescita del proprio bilancio e di conseguenza della dinamica di crescita dell'offerta di moneta.

Ciò che importa qui sono le fluttuazioni nel bilancio e le successive variazioni nel ritmo di crescita dell'offerta di moneta. E' questo che mette in moto la minaccia di un ciclo boom/bust, indipendentemente dal fatto che il livello dei prezzi sia stabile o meno.

Mentre gli aumenti nell'offerta di moneta possiamo rilevarli in un aumento generale dei prezzi, ciò non è sempre così. I prezzi sono determinati da fattori reali e monetari.

Di conseguenza, può accadere che se i fattori reali stanno spingendo le cose in una direzione opposta ai fattori monetari, è probabile che non vedremo alcun cambiamento visibile nei prezzi.

In altre parole, mentre la crescita monetaria è consistente i prezzi potrebbero mostrare uno scarso aumento.

Se dovessimo prestare attenzione al cosiddetto livello dei prezzi ed ignorare gli aumenti dell'offerta di moneta, raggiungeremo conclusioni fuorvianti sullo stato dell'economia.

Su questo argomento, Rothbard scrisse:

"Il fatto che i prezzi generali furono più o meno stabili nel corso degli anni '20, convinse la maggior parte degli economisti che non vi fosse alcuna minaccia inflazionistica e quindi le vicende della grande depressione li colsero del tutto impreparati." (America's Great Depression, Mises Institute, 2001 [1963], p. 153)

Nel corso del 1926-1929 la presunta stabilità del livello dei prezzi fece concludere ad esperti economici, tra cui il famoso economista americano Irving Fisher, che i fondamentali economici degli Stati Uniti fossero in buone condizioni e che non vi era alcuna minaccia di un fallimento economico.

Il tasso annuale di crescita del CPI mostrava tale stabilità durante il 1926-1929 (vedi grafico). Molti esperti ignorarono che il tasso annuo di crescita del bilancio della banca centrale degli Stati Uniti balzò al 42% nel Giugno 1928, da -14% nel Febbraio 1927.

Il forte calo della dinamica di crescita del bilancio della FED dopo il Giugno 1928 (vedi grafico), mise in moto un bust economico e la Grande Depressione.




Attualmente la FED continua a spingere aggressivamente denaro nel sistema bancario, con il suo bilancio che è arrivato a $3.3 bilioni alla fine di Aprile, rispetto ai $0.9 bilioni del Gennaio 2008. Suggeriamo, tuttavia, che una diminuzione del ritmo di crescita dell'AMS sin dall'Ottobre 2011 aumenta la probabilità di un bust nei prossimi mesi.

Se si aggiunge a tutto questo la possibilità che il processo di generazione di ricchezza reale è stato gravemente danneggiato dalle politiche allentate della FED, non dovrebbe sorprenderci se nei prossimi mesi entreremo in una grave flessione.





Sintesi e conclusione

Per la maggior parte degli economisti la chiave per fondamentali economici sani è la stabilità dei prezzi. Un livello dei prezzi stabile, si afferma, conduce ad un uso efficiente delle risorse scarse nella nostra economia e, quindi, al miglioramento dei fondamentali economici. Non sorprende che il mandato della Federal Reserve sia quello di perseguire politiche che generano la stabilità dei prezzi. Suggeriamo che per mezzo delle politiche monetarie che mirano a stabilizzare il livello dei prezzi, la FED in realtà indebolisce i fondamentali economici.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli



OkNotizie

martedì 11 giugno 2013

Buffet a Bernanke: E' Più Facile Comprare che Vendere

La FED viene tirata per la giacchetta un po' da tutti ormai, o forse è meglio qualche sberla data la durezza di comprendonio da parte dello zio Ben. Sì, la tanto paventata ripresa debole non è altro che un ammasso di nuove illusioni piantate laddove il nuovo denaro è peroclato nell'economia più ampia. Ora, a parte la reflazione della bolla immobiliare, l'euforia espansiva si è spostata principalmente i ntre settori: terreni agricoli, azionario e studentesco. La politica monetaria sconsiderata della banca centrale USA sta alimentando un rischio maggiore di quello che appare a prima vista. Ora si aggiungono al carrozzone anche i terreni agricoli. Della bolla dei prestiti studenteschi ho già parlato in precedenza. Lo zio Ben non vede l'ora che arrivi il 2014 in modo da poter lasciare questa patata bollente al prossimo fesso di turno, perché credo sia conapevole che non esiste via d'uscita.
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di Bill Bonner


Il Dow è salito di altri 48 punti ieri. L'oro era su di $24 l'oncia.

Niente di straordinario. Niente di eccezionale.

I giornali e la TV hanno riportato la storia del Dow a 15,000 come se fosse solo un trampolino di lancio sulla strada per i 16,000... o 20,000... o 30,000.

Diamine, fino alle stelle!

Gli investitori hanno raggiunto un nuovo livello di mercato al rialzo. Stanno di nuovo accendendo prestiti per comprare azioni, fiduciosi che i prezzi andranno in una sola direzione.

Anche i consulenti sembrano sicuri che questa non è la fine di un trend, ma l'inizio. Proprio quello che ci si aspetterebbe dal picco di un mercato.

C'è anche una corrente di analisi economica che ci dice che il boom delle materie prime è finito... che la FED ha la situazione sotto controllo... e che il mercato al rialzo dell'oro è finito.

Tutto ciò è incredibile... e spesso mozzafiato.



Tra l'Improbabile e l'Impossibile

Gli investitori nel mercato azionario non sembrano conoscere, o non se ne preoccupano, che la cosa principale a sostegno dei loro investimenti è la stessa che alla fine li distruggerà. E che più a lungo continua questa situazione, più grande sarà il disordine quando infine esploderà.

Stiamo parlando, ovviamente, della politica monetaria della FED, della Banca d'Inghilterra, della Banca del Giappone e della Banca Popolare della Cina. E' "sperimentale." E' "audace." E' anche imprudente e potenzialmente catastrofica.

Prestare denaro a tassi di interesse reali negativi crea distorsioni grottesche nel mercato.

I risparmiatori non ottengono nulla per i loro problemi. In realtà, perdono soldi in termini reali (al netto dell'inflazione). Così speculano sulle azioni. Il mercato azionario va più in alto... ma non è un mercato di cui ci si può fidare.

Viene guidato dalla stampa di migliaia di miliardi di dollari, yen, sterline e renminbi. Ma la politica della banca centrale non è stata in grado di cambiare i fondamentali economici impantanati. E qualsiasi tentativo delle banche centrali di uscirne, in assenza di una vera e propria ripresa economica, sarà (secondo le parole del manager di hedge fund Paul Singer) "qualcosa di problematico e impossibile."

Inoltre, per una banca centrale è innaturale stampare nuovo denaro e usarlo, indirettamente, per pagare le operazioni del governo. Se si potesse farlo senza penalità – cioè, se si potesse pagare per le cose reali con soldi falsi – lo si farebbe per tutto il giorno.

Normalmente, le banche centrali non ci provano nemmeno. Sanno che il gioco non vale la candela.

Vedete eventuali sanzioni, cari lettori? Noi no.

Ma il fatto che non siano ancora state valutate non significa che non esistano. E più non le si paga, più grandi saranno.



Che Cosa C'è che Non Va?

Allo stato attuale, i federali ottengono solo ricompense.

In primo luogo, i tassi di interesse più bassi rendono più facile finanziare il debito federale.

In secondo luogo, i bassi pagamenti degli interessi sul debito lo riducono in termini reali (al netto dell'inflazione).

In terzo luogo, l'acquisto indiretto dei bond del Tesoro da parte della FED finanzia la spesa pubblica – circa $45 miliardi al mese.

In quarto luogo, la mancanza di rendimenti nel mercato dei bond spinge gli investitori nelle azioni. Ciò spinge in alto i prezzi delle azioni. I banchieri ed i finanziatori delle campagne elettorali diventano più ricchi.

Che cosa c'è che non va?

Per il momento, niente.

Ma i mercati non rimarranno in questo "stato celestiale" per molto tempo. Verrà il tempo in cui la FED dovrà invertire la sua politica o affrontare un'inflazione sostanzialmente alta.

Ma in che modo? Invece di acquistare obbligazioni, la FED dovrà venderle. Ma a chi?

Il magazine Fortune riporta:

Warren Buffett ha un consiglio per Ben Bernanke: è più facile comprare che vendere.

Buffett, parlando Sabato alla riunione annuale della Berkshire Hathaway in Omaha, ha detto che è preoccupato per quello che succederà quando la Federal Reserve cercherà di rallentare i suoi recenti sforzi per stimolare l'economia. Attraverso un programma soprannominato "QE," abbreviazione di "quantitative easing," la FED ha comprato negli ultimi anni oltre $2 bilioni di obbligazioni al fine di abbassare i tassi di interesse e promuovere prestiti e investimenti.

Alcuni hanno messo in guardia che, quando la FED deciderà di vendere il suo tesoro di obbligazioni o smetterà semplicemente di comprarli, i mercati azionari potrebbero frenare. L'aumento dei tassi di interesse potrebbe causare alle banche la perdita di miliardi, forse innescando un'altra crisi finanziaria. Buffett dice di non sapere che cosa accadrà, ma è preoccupato.

"Il QE è come guardare un bel film, perché non so come andrà a finire," afferma Buffett. "Chiunque possieda azioni rivaluterà la sua mano, e accadrà molto presto"...

"La gente prende decisioni diverse quando può prendere in prestito praticamente gratis... E' un grande esperimento."

Charlie Munger, luogotenente di Buffett e anch'egli presente alla riunione, dice di preoccuparsi più della semplice inflazione.

"Quello che è successo in macroeconomia ha sorpreso tutti," dice Munger. "Data la storia, gli economisti dovrebbero essere più cauti quando si stampa denaro in quantità massicce."


[*] traduzione di Francesco Simoncelli



OkNotizie

lunedì 10 giugno 2013

Un "Collaboratore Esterno" di Forbes Individua un Folle Monetario: Ludwig von Mises





di Gary North


Reality Check

Nathan Lewis sostiene che Ludwig von Mises fosse un pò eccentrico riguardo all'oro. Sostiene che Mises fosse uno stupido su questo tema. Ha espresso queste opinioni su Forbes.

Due anni fa, Forbes ha adottato una politica editoriale che fornisce la possibilità a collaboratori esterni di pubblicare materiale sul sito. Non ricevono stipendi ma sono pagati in termini di "click." Alcuni sono pagati, altri no. Nel 2011, sono stati assunti 440 collaboratori. Potrebbero essere molti di più oggi. Chiunque può provare.

Questa politica riempie il sito di articoli e fa aumentare il suo posizionamento su Google. Finché un editore non si preoccupa di svilire la credibilità della sua rivista, questa strategia può funzionare molto bene. Offre agli scrittori sconosciuti un sacco di lettori ed anche la rispettabilità del nome della rivista (basata su decenni di articoli di alta qualità). E' anche fonte di entrate grazie ad annunci pubblicitari pubblicati nelle pagine degli articoli.

Il profeta Isaia descrisse questa strategia economica intorno al 750 a.C. "Il tuo argento s'è cangiato in scorie, il tuo vino diluito con acqua." Tale processo è chiamato svilimento.

Chi è Nathan Lewis, e quanto è affidabile? Per darvi un'idea delle sue prospettive economiche, prendete in considerazione il suo punto di vista sul salario minimo. Consideratelo come una pietra di paragone della teoria economica di base. Il salario minimo è un controllo dei prezzi: un minimo. I prezzi minimi causano sempre sovrabbondanze economiche: più venditori ("Lavorerò per quello") che compratori ("Non voglio pagare così tanto") in base al prezzo artificiale. Negare questa causa-effetto, equivale a negare la teoria economica. Il salario minimo porta sempre più disoccupati tra gli adolescenti neri.



LE LEGGI SUL SALARIO MINIMO VANNO BENE

Dice che è a favore del libero mercato. La sua versione del libero mercato prevede un salario minimo a livello federale. A Febbraio ha scritto un altro articolo intitolato: "Though Income Can't Be Legislated, Obama's Minimum Wage Hike Is Not A Bad Idea." Ha iniziato con l'osservazione più accurata della sua carriera:

Suppongo che i veri credenti si sentiranno offesi poiché in linea di principio non sono necessariamente contro le leggi sul salario minimo, e, in particolare, l'aumento del salario minimo a $9 menzionato di recente dal Presidente Obama.

Noi veri credenti dei prezzi volontari effettivamente ci sentiamo offesi. Questa è un'offesa che arriva da economisti auto-professi che non riescono a pensare economicamente, e che rifiutano di onorare un principio morale, ovvero: il diritto delle persone ad offrire i propri servizi senza la minaccia della coercizione governativa.

Lui, naturalmente, ci assicura che "è vero che non si può creare ricchezza attraverso le normative. Il Congresso non può risolvere il problema della povertà imponendo semplicemente un salario minimo a $30, per esempio." Ma si è affrettato ad aggiungere:

Tuttavia, è anche vero che il laissez-faire del tardo XIX secolo ha sviluppato molte caratteristiche sfortunate, le quali sono divenute così acute che diverse generazioni di intellettuali e leader nazionali hanno cercato il modo di affrontarle. Il salario minimo è una misura del genere.

Ah, sì: i difensori della libertà del diciannovesimo secolo. Sappiamo tutti che sono stati superati. Sappiamo tutti che la teoria economica non supporta la loro posizione. Sappiamo tutti che gli studi moderni (che giungono alle loro stesse conclusioni), quasi tutti gli studi condotti, sono solo versioni non aggiornate di quelle sfortunate conclusioni economiche del laissez-faire del diciannovesimo secolo. Tali conclusioni si basavano sull'idea della contrattazione volontaria e dei prezzi flessibili. Questa roba è terribilmente fuori moda.

Di conseguenza, "Se il salario minimo viene mantenuto ad un livello ragionevole, può rivelarsi una buona idea. Un salario minimo di $9 rappresenterebbe il 54% del salario medio di $16.57 l'ora. Era quasi due anni fa, quindi facciamo il 50% del salario medio. Questo livello mi sembra giusto."

Gli sembra giusto. Questo è un esempio rappresentativo del rigore metodologico su cui si basano i presupposti di Lewis. Il salario minimo federale gli sembra giusto. Il Congresso, non il libero mercato, ha messo a punto il giusto prezzo per tutti, ovunque essi vivano e dovunque lavorino.

Spreca pagine a spiegare come in questi giorni potrebbero essere fissati i prezzi, e perché un salario minimo sia positivo. Non fa riferimento ai risultati di uno studio su casi reali. Non cita alcun economista con una teoria dei prezzi di mercato al di sotto del salario minimo federale; a quanto pare nell'universo metodologico di Lewis ciò è superfluo. La cosa importante è questa: per Lewis il prezzo sembra giusto. Per vedere il rigore dei suoi argomenti, cliccate qui.

Non gli piacciono gli economisti moderni. Gli piacciono gli economisti che hanno scritto prima del 1850. "Lo studio dell'economia è fatto meglio, direi, nella tradizione degli economisti del passato, da figure come David Ricardo, Adam Smith e John Stuart Mill. Questo è il modo migliore per evitare distorsioni e per essere in grado di discutere di idee controverse che altrimenti potrebbero diminuire la propria commerciabilità." Questa dichiarazione compare in tutte le sue pagine.

Conclusione: quel Mises dovrebbe essere evitato. Ha iniziato a scrivere nel 1912 -- troppo tardi. Era di parte, diminuiva la sua commerciabilità. Non bisogna fidarsi  degli economisti che diminuiscono la propria commerciabilità.



UN GOLD STANDARD SENZA MONETE

Lewis non crede che un gold standard debba essere basato su monete reali. Recentemente ha scritto un articolo sul gold standard. Non parlava del gold standard pre-Prima Guerra Mondiale, in cui chiunque poteva possedere monete d'oro ed erano comunemente usate negli scambi. (Una persona poteva scambiare denaro cartaceo per monete d'oro ad un prezzo fisso.) No, Lewis intende un altro gold standard, uno gestito dallo stato. Un gold standard che non abbia nulla a che fare con il diritto di trasformare la moneta fiat in oro ad un prezzo fisso, altrimenti ciò costituirebbe una corsa agli sportelli dello stato. No, no, no: non vuole una cosa del genere. Ha una parola per descrivere tale punto di vista: folle.

Secondo lui il mondo è pronto per prendere in considerazione un nuovo gold standard. I tempi sono cambiati. I folli sono stati lasciati indietro.

Inoltre, i sostenitori di un gold standard degli anni '80 e '90 erano un gruppo piuttosto eccentrico; battevano i pugni sul tavolo per un qualsiasi tipo di "gold standard al 100%" che era onestamente piuttosto risibile e inutilizzabile in pratica. Quello che hanno definito "gold standard" non assomiglia a nessun gold standard nei due secoli precedenti. In una folla più sobria e sofisticata, queste persone ottengono l'attenzione che meritano: zero.

Già sapete chi sono questi pazzi: gli economisti della Scuola Austriaca -- i seguaci di quel Mises. Non erano sobri. Non erano sofisticati.

Inoltre, i sostenitori del gold standard di questi giorni sembrano aver superato alcuni dei loro concetti più fantasiosi (leggi: stupidi) dei decenni passati. Credo che debbano essere fatti ulteriori progressi, ma la maggior parte delle proposte che vedo oggi sono ancora sensibili al passato.

E chi potrebbero essere queste persone non stupide? Alan Greenspan. Non l'Alan Greenspan del 1966, che se n'era uscito con un gold coin standard folle. No, il nuovo e migliorato Alan Greenspan, che diede una breve intervista a Fox Business nel 2011 e che non è stata ampiamente citata dai media mainstream finanziari, ma che ha ottenuto risalto su Zerohedge.

"In questo momento abbiamo una moneta fiat che è essenzialmente denaro stampato da un governo e di solito è una banca centrale che è autorizzato a farlo. Dovrebbero essere messi in campo alcuni meccanismi che limitano la quantità di denaro che viene prodotta, o un gold standard o un comitato valutario, perché senza cose del genere la storia suggerisce che l'inflazione si impadronirà dell'attività economica con effetti molto deleteri... Ci sono molti di noi, me compreso, che credono fortemente che gli Stati Uniti crebbero enormemente nel periodo tra il 1870 ed il 1914 sotto un gold standard internazionale."

Greenspan non ha difeso l'idea di un gold standard quando per 18 anni ha controllato la Federal Reserve. Poi ha fatto esplodere le bolle. Ora abbiamo un Greenspan senza potere, le cui parole non hanno peso -- come una sorta di gold standard senza sanzioni.

Lewis era un tipo pro-FED prima.

Essendo stato membro del gruppo "keep the Fed" negli anni precedenti, ora mi rendo conto che siamo arrivanti ad un punto in cui sostituire la FED sarà la via migliore e anche più facile.

Poi cita un'innominata follia: "End The FED."

Lo potete leggere qui.



SOSTITUIRE LA FED

Se il Congresso chiudesse la FED, che cosa dovrebbe sostituirla? Se non il free banking, come raccomandato da Mises e da quegli sciroccati della Scuola Austriaca, allora che cosa? Il gold standard.

Ma che tipo di gold standard? Questo tipo.

Un gold standard semplice e pienamente operativo potrebbe essere implementato in dieci minuti. Non costa nulla, e non richiede affatto il metallo.

Non richiede il metallo? Sembra unico.

Gli economisti classici hanno sempre saputo che il metallo di per sé non è davvero necessario per un gold standard. L'oro è lo "standard," in altre parole, lo "standard di valore." E' solo qualcosa con cui si può fare un confronto.

Cita David Ricardo (1817).

"E' su questo principio che circola la cartamoneta: tutto quello che viene richiesto per i soldi di carta può essere considerato signoraggio. Anche se non ha alcun valore intrinseco, limitandone la quantità il suo valore di scambio sarà tanto grande quanto una denominazione uguale di monete [d'oro], o di lingotti....

E chi, di grazia, imporrebbe questo "limite" ai soldi di carta? Non la Banca d'Inghilterra, che sospese la convertibilità dell'oro nel 1797, e non la ripristinò fino al 1821. Il governo accumulò enormi deficit per combattere Napoleone, e la Banca d'Inghilterra inflazionò per comprare questi IOU.

Lewis prosegue con la sua citazione di Ricardo.

Si vedrà che non è necessario che la cartamoneta sia convertita in metallo per garantirne il valore; è necessario solamente che la sua quantità venga regolata in base al valore del metallo che è dichiarato come standard."

In altre parole, quando il valore della moneta è troppo alto rispetto allo standard, si aumenta l'offerta. Quando il valore della moneta è troppo basso rispetto allo standard, si diminuisce l'offerta. E' davvero così semplice.

Chi dovrebbe farlo, esattamente? Lo stato.

Lewis continua.

Ecco John Stuart Mill, sullo stesso argomento nel 1848:

"Se, dunque, il problema della cartamoneta inconvertibile fosse sottoposto a regole severe (una regola vorrebbe che ogni volta che il metallo prezioso salisse al di sopra del prezzo di Zecca, le emissioni dovrebbero essere contratte fino a quando il prezzo di mercato dell'oro e il prezzo della Zecca tornerebbero di nuovo in accordo), tale valuta non sarebbe soggetta a nessuno dei mali interni di una cartamoneta inconvertibile."

Quindi, tutto quello che serve è un cambiamento di politica. Facile.

Per implementare un gold standard -- in dieci minuti -- bisogna fare in modo che la Federal Reserve smetta di gestire la base monetaria secondo un quadro concernente tassi di interesse/quantitative easing, e che inizi a gestirla secondo un quadro legato al gold standard. Tutto questo significa che la base monetaria deve essere regolata in tempi diversi, e in quantità differenti.

Questo è tutto quello che "dovete" fare. "Potete" farlo!

Ma ciò crea un problema.

Purtroppo, anche se questo metodo è certamente facile e veloce, è anche incline alla corruzione e all'eventuale fallimento. Questo non perché i metodi di base non funzionano, ma piuttosto perché è fin troppo facile che i gestori del sistema devino da quello che si dovrebbe fare.

Ma va?!? Allora, che cosa "dovreste" fare?



COSA SI DEVE FARE?

Cita un lungo estratto di Mill. Si schiera a favore della convertibilità delle monete d'oro.

"Vi è quindi una grande preponderanza di motivi a favore della convertibilità riguardo anche alla migliore moneta inconvertibile e regolamentata. La tentazione di un'emissione eccesiva, in alcune emergenze finanziarie, è così forte che risulta inammissibile non tentare di indebolire le barriere che la limitano."

Ma se le banche centrali non possono essere attendibili in assenza di una convertibilità delle monete d'oro, allora come può una persona sobria e rispettabile evitare di unire le forze con tutti quei pazzi della Scuola Austriaca?

Qual è la soluzione a questo dilemma? Lewis glissa su questo tema. Conclude con queste parole commoventi.

La padronanza di questi concetti significa comprendere tutte le opzioni disponibili. Ricardo e Mill le comprendevano. Oggi abbiamo bisogno di più persone con quel tipo di maestria che possedeva la gente della metà del XIX secolo. Il gold standard di quel tempo -- il sistema monetario più perfetto mai creato -- era un riflesso della loro maestria.

Se state pensando che Lewis si ritrova una certa confusione in testa, allora state iniziando a capire la mia posizione.

In un altro articolo, ci assicura di questo.

Quando la maggior parte della gente pensa a "valute coperte dall'oro," pensa alle monete d'oro. Ma, in realtà, le monete d'oro stesse sono probabilmente la parte meno importante. Infatti, non sono affatto necessarie.

Tuttavia, è ancora un bene possedere monete d'oro.

Il passo successivo, dopo aver creato banconote e monete di piccolo taglio, è quello di stabilire le funzioni bancarie denominate nella valuta coperta dall'oro. Non è difficile da fare.

Davvero? Allora perché nessuna nazione l'ha fatto?

Perché nessuna banca centrale l'ha fatto?

Esattamente, come funzionerebbe questo sistema?

In linea di principio non è diverso dall'avere funzioni bancarie in euro o in sterline inglesi.

Davvero? Non diverso dall'attuale sistema monetario fiat? Devo ammetterlo, questo è intrigante.

Forse ora siete pronti alla descrizione di Lewis del gold standard senza monete d'oro e gestito dal settore bancario centrale, a meno che non ci siano monete d'oro, che sono opzionali.

Purtroppo, non offre nessuna descrizione. L'articolo termina

E così via.

Tutti quei tipi stravaganti che seguono Mises su un sistema free banking, senza banca centrale, oltre ad un gold coin standard, non sono sobri e rispettabili. Questo è dovuto al fatto che hanno scritto tutti quei libri e articoli che dicono che non ci si può fidare del sistema bancario centrale -- proprio come disse anche John Stuart Mill.

Poi Ron Paul ha scritto un libro: End the FED. Folle.

Ma ora è OK terminare la FED. E' rispettabile oggi. Ron Paul è andato via.

Per quanto riguarda un gold standard senza monete d'oro, è facile da ottenere. Basta rileggere gli articoli di Lewis per rinfrescarvi la memoria: "The 1870-1914 Gold Standard: The Most Perfect One Ever Created." Durò 34 anni! Dimenticate il gold coin standard Bizantino. Certo, è durato più di 700 anni senza alcuna svilimento, e poi per altri 400 anni dopo quel singolo atto di svilimento. Si concluse solo quando Bisanzio cadde sotto i colpi dell'impero Ottomano. Ma questo sistema basato sulle monete d'oro non conta. Non aveva la riserva frazionaria che produce crescita economica.

Problema: il gold standard del 1870-1914 ha comportato l'utilizzo diffuso delle monete d'oro. L'oro aveva un prezzo fisso rispetto alla moneta fiat. Permetteva ai detentori della moneta fiat di richiedere monete d'oro, permetteva assalti agli sportelli bancari.

Questo gold standard era. . .  devo dirlo. . . "folle."



CONCLUSIONE

Nathan Lewis pensa che Mises fosse un pazzo. Pensa che un gold standard sia facile da raggiungere -- 10 minuti, massimo. Pensa che l'utilizzo delle monete d'oro sia irrilevante in un gold standard. A tale difesa ha citato John Stuart Mill, il quale sosteneva che un gold standard senza rimborsabilità non avrebbe funzionato per limitare il denaro fiat.

Non so perché Forbes gli dia accesso alle sue pagine. Sono sicuro di questo: non ha nulla a che fare con la logicità delle divagazioni di Lewis.

Che sia pagato o sia un membro non retribuito, è strapagato lo stesso. Quando uno scrittore fa sembrare stupido un giornale, lo scrittore dovrebbe essere sostituito.

Sono sicuro che voi potete fare un lavoro migliore di Lewis. Potete provare qui.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli



OkNotizie

venerdì 7 giugno 2013

Nisbet sulla Guerra Messianica





di Gary North


"Il potere della guerra di creare un senso di giustificazione morale è uno degli aspetti più spaventosi del ventesimo secolo." – Robert A. Nisbet (1953).

Dal suo primo libro nel 1953 fino al suo ultimo libro sulla teoria sociale nel 1988, il sociologo conservatore Robert Nisbet ha messo in guardia contro la guerra come distruttrice della stabilità sociale e della libertà. Egli considerava la guerra come la forza sociale che può portare, ed ha portato, alla centralizzazione dello Stato, cosa che ha reso possibile la politica di massa. Indebolisce la fede degli uomini nelle associazioni locali, cosa che indebolisce quindi il pluralismo culturale ed il localismo, i quali ritardano la centralizzazione e la burocratizzazione.

L'Oxford University Press ha pubblicato nel 1953 The Quest for Community. Il sottotitolo era Uno Studio sul'Etica dell'Ordine e della Libertà. Il libro era stato pubblicato all'inizio della Guerra Fredda. Finì il manoscritto nel 1952. Nello stesso anno gli Stati Uniti fecero esplodere la prima bomba ad idrogeno. Nello stesso anno la tregua che nel 1953 avrebbe posto fine alla Guerra di Corea non era ancora stata firmata. Josef Stalin era ancora vivo quando la scrisse; morì nel 1953. Joseph McCarthy stava guadagnando influenza. Il movimento conservatore era, più che altro, l'estensione del movimento anti-comunista. La nazione aveva appena eletto un generale come presidente.

C'era una parte nel movimento conservatore che sosteneva il libero mercato. The Road to Serfodm di F. A. Hayek apparve nel 1944. Fu condensato in Reader's Digest del 1945. Economia in Una Lezione di Henry Hazlitt apparve nel 1946. L'Azione Umana di Ludwig von Mises apparve nel 1949. Ma non fu questo flusso intellettuale che catturò l'attenzione ed il sostegno dei conservatori nel 1953. Lo fu invece la crociata anti-comunista.

Questo è il motivo per cui il libro di Nisbet pareva avere scarse probabilità di diventare una pietra miliare nello sviluppo del movimento conservatore intellettuale in America. Apparve nello stesso anno in cui apparve Conservative Mind di Russel Kirk. Prima del 1953, non esisteva un movimento conservatore intellettuale negli Stati Uniti. Nisbet nel 1952 non aveva mai sentito parlare di Kirk. Quasi nessuno aveva sentito parlare di Nisbet.

Il libro di Nisbet rimane in stampa, sei decenni dopo, pubblicato sin dal 2010 dall'Intercollegiate Studies Institute, che fu fondato nel 1953 come l'Intercollegiate Society of Individualists. L'ISI era un primo tentativo di creare una leadership intellettuale per il nascente movimento. Fu co-fondata da William F. Buckley e dal libertario Frank Chodorov.

Nel 1953 Nisbet iniziò la sua critica pubblica al moderno stato di guerra. Il suo ultimo libro sulla teoria sociale iniziava con una critica del Pentagono come un tradimento del concetto di governo limitato. Questo accadeva nel 1988, l'anno prima che crollasse il muro di Berlino, tre anni prima che l'Unione Sovietica si suicidasse. Per tutto questo lasso di tempo il mondo aveva vissuto sotto la minaccia di una guerra nucleare. La caduta dell'Unione Sovietica nel Dicembre 1991 servì come lapide della Rivoluzione Francese, il movimento che Nisbet aveva criticato in tutta la sua carriera accademica a causa del suo totalitarismo. L'impulso totalitario era vivo e vegeto nel 1953.



THE QUEST FOR COMMUNITY

Il libro di Nisbet era una spiegazione della nascita dei movimenti politici totalitari. Nel secondo capitolo, scrisse queste parole.

I profeti contemporanei delle comunità totalitarie cercano, con tutte le tecniche della scienza moderna a loro disposizione, di trasmutare il desiderio popolare per la comunità in un senso di partecipazione millenario al potere celeste sulla terra. Quando soffuso da devozioni spirituali popolari, un partito politico diventa più di un partito. Diventa una comunità morale di un'intensità quasi religiosa, un simbolo fortemente evocativo del collettivo, della finalità redentrice, di una passione che incorpora ogni elemento di fede e di comportamento nella vita di un individuo (OUP ed., p. 33).

Nisbet era un anti-comunista. Ma era un anti-comunista che vedeva con acutezza le basi della psicologia umana che inducono le persone a diventare comuniste.

E' molto probabile che il tipico convertito al comunismo sia una persona per la quale il processo di esistenza ordinaria risulta moralmente vuoto e spiritualmente insopportabile. La sua alienazione viene tradotta nella percezione di un'alienazione di molti. Consciamente o inconsciamente, egli è in cerca di una fede sicura nell'adesione solida ad un ordine associativo. A che cosa servono le prove, le analisi semantiche, e le esportazioni logiche per questo tipo di essere umano? Finché egli avrà fede e proverà appartenenza al suo Marxismo, non sarà più dissuaso dalla semplice adorazione.

Fino a quando il comunismo offrirà, a molte persone, qualcosa ispirato alla comunità e all'individualità assertiva offerta duemila anni fa nelle città dell'Impero Romano dalle comunità cristiane piccole ma potenti, saremo impotenti nel combatterlo. Non sarà esorcizzato dagli incantesimi dell'individualismo, perché, seppur paradossale quanto sembra, nella comunità del Partito Comunista l'individuo è costantemente supportato da sentimenti di libertà personale (pp. 34-35).

Al tempo in cui Nisbet scrisse queste parole, divennero popolari una serie di autobiografie di ex-comunisti. La più famosa era nel libro di Whittaker Chambers del 1952, Witness, ma ce n'erano molte altre. All'interno della comunità liberale, The God That Failed (1949) era quello preferito. Gli autori rimasero di sinistra, ma tutti i disertori parlavano di esperienze simili. Avevano dato significato alla loro vita diventando membri di un movimento politico che credevano potesse fornire redenzione. Questa redenzione non era solo personale; era sociale.

Nisbet scrisse: "Il più grande appello del partito totalitario, marxista o altro, risiede nella sua capacità di fornire un senso di coerenza morale e di appartenenza comune a quelle che sono diventati, in un modo o nell'altro, vittime del senso di esclusione dai canali ordinari di appartenenza alla società" (p. 37). Nella pagina successiva, inizia la sua critica alla guerra.

Il potere della guerra di creare una giustificazione morale è uno degli aspetti più spaventosi del ventesimo secolo. In guerra, innumerevoli attività che sembrano normalmente onerose o vuote di significato assumono un nuovo significato. Funzione e significato tendono drammaticamente a fondersi in tempo di guerra (p. 38).

Ha continuato a descrivere l'impatto emotivo della guerra.

Uno degli aspetti più impressionanti della guerra contemporanea è l'atmosfera inebriante di un'unità spirituale che nasce dalla coscienza comune di partecipare ad una crociata morale. La guerra non è più solo un affare di dipartimenti militari e soldati. Ora è qualcosa di più, quasi simile alle Crociate dell'Europa medievale, ma in nome della nazione piuttosto che della Chiesa (p. 39).

Ha continuato a dire che in tempo di guerra viene promosso il socialismo.

È un luogo comune che il nazionalismo si nutra delle emozioni di una guerra organizzata. Siamo meno propensi a notare che molti degli obiettivi storici dell'umanitarismo secolare sono altrettanto ben nutriti. Più di uno storico ha osservato che è in tempo di guerra che molte delle riforme, dapprima sostenute da socialisti, vengono accettate dai governi capitalisti ed incorporate nelle strutture delle loro società. La perequazione delle ricchezze, la tassazione progressiva, la nazionalizzazione delle industrie, l'aumento dei salari e il miglioramento delle condizioni di lavoro, i consigli a gestione operaia, le imprese immobiliari, i diritti di successione, i piani di assicurazione contro la disoccupazione, i sistemi pensionistici e l'affrancamento della popolaziona dall'irreprensibilità sono tutte cose che, in un paese o in un altro, vengono raggiunte o approvate sotto l'impronta della guerra. L'impennata tremenda verso l'unità e la risoluzione delle differenze di gruppo, che sono una parte della guerra moderna, comportano certi livellamenti e misure umanitarie che non possono essere omesse dalla storia della guerra moderna (pp. 39-40).

Si stava solamente riscladando.

La società arriva al massimo del senso di organizzazione e di comunità ed al massimo del senso di scopo morale durante il periodo di guerra. Dal momento che viene identificata come un insieme di valori essenzialmente non militari – democrazia, libertà, odio per il fascismo, eccetera – vi è una tendenza inevitabile che fa diventare la natura della guerra stessa più spiritualizzata ed a farla sembrare sembrare più morale (p. 40). . . .

La centralizzazione e la regimentazione burocratica che da sempre sono native della guerra organizzata, nel XX secolo sono estese per ampliare i settori della vita sociale e culturale. Il simbolismo di guerra e le tecniche pratiche di amministrazione della guerra sono penetrate sempre di più nelle aree minori della funzione sociale. Gli incentivi della scienza, dell'educazione e dell'industria sono stati direzionati sempre di più verso contributi per lo sforzo bellico (p. 41). . . .

La linea di demarcazione tra l'amministrazione civile e quella militare diventa sempre più sottile. E' facile passare (attraverso gradi impercettibili) dalla necessità dei bisogni reali per lo sforzo bellico alla necessità dei bisogni reali per il primato e la dominanza dei bisogni richiesti dalla guerra. Inoltre, l'austerità tradizionale, la disciplina e l'unità del comando militare, insieme a tutte le sue presunte efficienze, arrivano ad interessare sempre di più ampie porzioni della popolazione. Le eccellenze tattiche degli ufficiali militari si convertono, attraverso l'alchimia dell'adulazione popolare, in saggezza morale e politica senza limiti. Il militare supera in prestigio lo studioso, lo scienziato, l'uomo d'affari e il sacerdote. Si tende inevitabilmente a magnificare l'importanza delle occupazioni civili e morali abbigliandole in abiti militari, sostituendo le normali gerarchie di leadership con la gerarchia di grado militare e di comando. La disciplina della guerra combacia con la stessa comunità (p. 42).

Questo libro è stato pubblicato nel primo anno dell'amministrazione Eisenhower.

Nel capitolo otto, "La Comunità Totale," tornava su questo tema.

E' caratteristica dello Stato totale, come ha sottolineato Peter Drucker, che venga cancellata la distinzione tra società civile e l'esercito. La diversità naturale della società viene spazzata via, e la centralizzazione e la competenza bellica diventano i principi organizzativi della vita umana. Abbiamo già notato come il potere della guerra, nel XX secolo, possa ispirare un senso di comunità morale. Questo potere venne sfruttato al massimo nella società totalitaria (p. 206).

Nisbet sosteneva chiaramente che l'impulso verso la guerra moderna è intrinsecamente anti-conservatore. Questo è il motivo per cui è notevole che questo libro, scritto nella prima fase della Guerra Fredda, sia diventato in seguito una delle pietre miliari (insieme a circa mezza dozzina di libri) del movimento conservatore intellettuale.

Non credeva che la guerra fosse l'unica fonte di tale accentramento nella società. Scrisse:

Non è la guerra, più di quanto non sia la razza o la classe economica, che rappresenta il fatto centrale. Il fatto centrale è la sostituzione assoluta dello Stato in tutte le associazioni diversificate di cui la società è composta normalmente.

In un ordine totalitario il legame politico diventa il tutto. Ha bisogno delle masse come le masse hanno bisogno di esso. Si integra anche dove si scioglie, unifica dove separa, ispira dove soffoca. I governanti della comunità totale elaborano il proprio simbolismo affinché sostituisca il simbolismo che è stato distrutto con la creazione delle masse (p. 206).

Nel capitolo undici, il capitolo finale, tornava su questo tema.

In questo sviluppo di democrazia unitaria, di centralizzazione burocratica, la guerra di massa contemporanea ha un significato profondamente contributivo. "La guerra è la salute dello stato," dichiarò una volta Randolph Bourne. È la salute dello stato in quanto è la malattia, o piuttosto la fame, dell'autorità in altre aree della funzione sociale. Tutto ciò che abbiamo osservato all'inizio di questo libro riguardo le proprietà della guera nel mondo contemporaneo è profondamente rilevante per il problema amministrativo della democrazia liberale (p. 259). . . .

E' proprio questo imperativo militare di centralizzazione governativa che rende continua la guerra, o la preparazione alla guerra, ed ha un effetto letale su tutte le altre istituzioni della società. Infatti, è difficile adempiere alle misure amministrative necessarie per la centralizzazione politica e militare senza ridisegnare in modo drastico le funzioni, le autorità e le alleanze che normalmente coinvolgono istituzioni come la religione, la professione, il sindacato, la scuola e la comunità locale. Al di là dell'azione amministrativa diretta, la sorprendente brillantezza dei fuochi della guerra hanno l'effetto di affievolire tutte le altre luci della cultura (p. 260).



THE PRESENT AGE (1988)

Trentacinque anni dopo, nel suo ultimo libro sulla teoria sociale, The Present Age, tornò su questo tema. Iniziò il libro con un capitolo su "La Predominanza della Guerra." Iniziò con queste parole. "Di tutti i volti del nostro tempo, quello militare si rivelerebbe quasi certamente il più stupefacente per tutti i Fautori della Costituzione, per tutti i Fondatori della Repubblica che tornerebbero ad ispezionare la loro creazione in occasione del Bicentenario."

Se dovessero tornare i Padri Costituenti non sarebbro sorpresi di apprendere che un così vasto settore militare ha effetti inesorabili sull'economia, sulla struttura di governo, e anche sulla cultura degli americani; avevano assistito a tali effetti in Europa, e non li era piaciuto quello che avevano visto. Senza dubbio quello che stupirebbe di più i Padri Costituenti sarebbe che la loro preziosa repubblica è diventata una potenza imperiale globale, proprio come l'odiata Gran Bretagna nel XVIII secolo. Infine, i Padri Costituenti svenirebbero quasi certamente quando apprenderebbero che l'America ha partecipato ad una guerra che va avanti da settantacinque anni (cosa menzionata raramente) sin dal 1914, e tutto questo (per grande tristezza dei Padri Costituenti) fatto sotto la struttura di governo che essi stessi avevano costruito (p. 1).

Nisbet capì cosa aveva fatto a questo paese la Prima Guerra Mondiale.

Quando scoppiò la guerra in Europa nel 1914, l'America era ancora, incredibilmente e sorprendentemente, più o meno lo stesso paese (con gli stessi aspetti morali, sociali, e culturali) che era stato per un secolo. Nel 1914 eravamo ancora il popolo radicato in una mentalità da villaggio e da paesi piccoli, ancora sospettoso delle grandi città e degli stili di vita che comportavano queste città. Gli stati erano estremamente importanti, proprio come i Padri Fondatori li intendevano. Nel 1914 era difficile trovare una cultura veramente nazionale, una coscienza nazionale. La Guerra Civile aveva, ovviamente, rimosso per sempre i dubbi filosofici, oltre che politici, della realtà dell'unione come stato sovrano. Ma in termini di abitudini mentali, costumi, tradizioni, letteratura, discorsi, abbigliamento, ecc., l'America poteva ancora essere vista come un minestrone di culture tenute insieme, senza molta influenza, dal governo federale di Washington. Per la stragrande maggioranza degli americani, da est a ovest e da nord a sud, il legame principale con il governo nazionale era il sistema postale – e forse anche l'imposta federale sul reddito, approvata da una modifica costituzionale nel 1913.

La grande guerra cambiò tutto questo (dal Novembre 1918 dopo quattro anni di guerra per l'Europa e quasi due anni per l'America): il mondo intero ne uscì cambiato, la stessa Europa cessò di essere definitivamente una civiltà contenuta e gli Stati Uniti (dopo quasi due anni di quello che può essere definito solo un freddo nazionalismo militare sotto il carismatico Woodrow Wilson) furono traghettati nel mondo moderno. Le lealtà statali e gli appelli ai diritti degli stati non sarebbero svaniti dalla sera alla mattina; ancora non sono spariti dal diritto costituzionale, e probabilmente non accadrà. Ma mentre prima del 1914 la sconfitta in ambito legale prevedeva un aggravio nei confronti di uno degli stati americani, nel 1920 si trasformò in una cultura nazionale con gli stati che venivano considerati sempre più arcaici (pp. 2-3).

Nisbet credeva che l'America sotto Woodrow Wilson avesse adottato l'assioma di Wilson: "Chi tocca l'America, diviene santo." L'America si vedeva come una nazione redentrice fin dai primi anni del XVII secolo, ma non una nazione redentrice che è armata e pericolosa. Dopo la Prima Guerra Mondiale, questa percezione cambiò definitivamente: gli strumenti della missione redentrice dell'America divennero militari. "Sin da Wilson, con solo rare eccezioni, la politica estera americana venne trasformata non per l'interesse nazionale, ma per la morale nazionale."

Nato calvinista, con un profondo senso del peccato e della malvagità, e con la necessità di vivere nella grazia di Dio e la necessità di predicare questa grazia alle moltitudini, Wilson trasferì gradualmente il contenuto, ma non il fuoco, della sua fede alla repubblica americana. Il suo libro The State ci permette di vedere quale chiesa abbia abitato la sua mente, e non è quella storica o istituzionale ma lo stato – a condizione, naturalmente, che sia permeato di virtù, bontà, e capacità di liberazione. . . .

La guerra mondiale era quindi un'estensione del moralismo della mente di Wilson. Quello che fecero lui e l'America doveva essere eternamente giusto, addirittura meglio di tutta l'umanità e di Dio. Era stato nominato da Dio affinché servisse la repubblica americana benedetta e determinasse ciò che fosse giusto in guerra. La sua decisione finale, che germogliò per tutto il 1916 (l'anno della sua rielezione sotto la bandiera di "Ci ha tenuto fuori dalla guerra") ed irruppe con fragore nei primi mesi del 1917, prevedeva l'abbandono della neutralità a favore dell'intervento. Aveva avuto ragione nella sua politica di neutralità, ma il mondo e la guerra erano cambiati; e ora doveva agire in maniera opposta, con uguale pietà e giustizia – cioè, invocare con il cuore e l'anima un intervento americano immediato (pp. 30 -31).

Nisbet terminò il capitolo con queste parole.

Nessuna nazione nella storia ha mai gestito una guerra permanente ed un Leviatano permanentemente militare fino al midollo continuando ad essere in grado di mantenere un carattere veramente rappresentativo. La trasformazione della Repubblica Romana nell'impero dittatoriale venne realizzata solo attraverso la guerra e il settore militare. Gli Stati Uniti sono in qualche modo l'eccezione divina a questo fatto onnipresente della storia del mondo? No se invece di una politica estera basata sulla sicurezza nazionale e su obiettivi associati a questa sicurezza, ci lasciamo andare ad una politica estera con un "prurito di intervenire" e ad uno scopo assurdamente fantasioso di ricreare un mondo a immagine e somiglianza di quella città sulla collina conosciuta come gli Stati Uniti d'America. In questo modo regnerà solo una confusione totale all'estero ed una burocrazia militare sempre più monolitica e assoluta in patria (p. 39).

L'Unione Sovietica non c'è più. L'impero americano è ancora lì.



UN MESSAGGIO COERENTE

Dal 1953 fino alla sua morte nel 1996, Nisbet si dichiarò contro la guerra moderna democratica. Nel 1953 offrì una difesa sociologica e culturale per questa opposizione e nel 1988 guardò di nuovo a quello che gli Stati Uniti erano diventati militarmente, e vide che esisteva un modello – quello lanciato nel 1917 da Woodrow Wilson. Lo considerava un'aberrazione.

Non si è mai discostato da questa posizione per tutto il periodo della sua influenza accademica e la attaccò di conseguenza. Non si fidava della visione wilsoniana dell'America. La considerava un ritorno al passato, non alla Rivoluzione Americana, ma alla Rivoluzione Francese. Seguendo la tradizione dei conservatori europei dopo Edmund Burke, vide la connessione tra democrazia e guerra. Scrisse quanto segue nel suo libro, Conservatorism: Dream and Reality (1986).

Vi è una stretta affinità tra la democrazia e l'ampliamento e il livellamento della guerra. Fu la Rivoluzione, come hanno sottolineato tutti i primi conservatori, che ha istituito per la prima volta nella storia una coscrizione nazionale, il famoso levée en masse. La guerra, tutto ad un tratto, perse il carattere limitato che aveva avuto in età pre-Rivoluzionaria, con scopi più o meno finiti – di solito dinamici o territoriali – un ordine fisso delle battaglie ed una grande quantità di cerimonie post-feudali. Con le armate Rivoluzionarie in marcia, la guerra divenne la crociata per la libertà, l'uguaglianza e la fraternità che portò inevitabilmente con sé armate sempre più grandi e finalità in continua espansione. Taine ha osservato che la democrazia mette lo zaino sulle spalle di tutti i maschi mentre gli dà una scheda elettorale (p. 58).

Nel 1961, scrisse quanto segue in Commentary.

Scrivendo come uno che non ama le forme anche lievi di socialismo, posso capire facilmente che il comunismo, dovunque sia e per quanto isolato che sia, è un male. Ma non so che cosa abbia a che fare questo fatto con le misure che possono essere prese da una politica estera nazionale e dalla struttura della difesa. Vedo misure che possono essere approvate per quanto riguarda la Russia, o per qualsiasi altro nazionalsocialismo ostile e pericoloso del mondo, ma non riesco ad immaginare una politica estera orientata verso la distruzione del "Comunismo mondiale" più di quanto non riesca ad immaginarne una diretta verso un paganesimo mondiale.

Oggi, lo stato sta cercando di contenere il "terrorismo." Ciò che disse riguardo al "Comunismo Mondiale" si può applicare al terrorismo.

Ecco la minaccia:

In termini umani, supporre che gli Stati Uniti possano mantenere a lungo una macchina politica e militare di contenimento senza distruggere il localismo, il pluralismo e la libera impresa in tutti i campi (che sono il vero fondamento della libertà e della creatività americana), equivale a supporre una fantasia assoluta. L'affinità tra il militarismo ed il collettivismo socialista è, ed è stata nel corso della storia, molto stretta. Molto più stretta, vorrei sottolineare, che l'affinità tra collettivismo e, diciamo, i discorsi e gli scritti di socialisti propagandisti.

Il movimento conservatore americano non ci ha creduto sin da quando ebbe inizio la Seconda Guerra Mondiale. A Pearl Harbor non affondarono solo un paio di corrazzate, affondò la Vecchia Destra.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli



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