venerdì 27 aprile 2012

Il Mito del Monopolio Naturale #1

Oggi ci occuperemo di un vecchio mito che ancora aleggia nell'aria. E' davvero un problema che in un determinato mercato ci sia una sola impresa che produce un determinato bene? Forse. Se prendiamo come esempi determinati segmenti di mercato ci accorgiamo di essere "circondati" da monopoli; ad esempio, la Asus ha il monopolio sui notebook, la Fanta ha il monopolio sull'aranciata Fanta, ecc. Ma allora il “monopolio”, ci si potrebbe chiedere, non è un problema? Ovviamente si, ma non perché vi sia una sola azienda a produrre un determinato prodotto. Potrebbe farlo, eccezionalmente ed a prezzi bassi. Qual è quindi il dannato intoppo? I problemi sorgono quando si tenta, e si ha successo, di impedire che altri concorrenti entrino in scena; ad esempio, attraverso vie giuridiche (cavilli legali e burocratici), attraverso la violenza (assoldare delle persone per operare minaccie ed intimidazioni verso coloro che si vuole escludere), ecc. In questi casi il “capitalista,” nonostante possa vendere degli ottimi prodotti e grazie ad essi essere arrivato al successo, vuole solidificare la sua posizione,ottnere "per legge" il diritto al profitto, ed impedire agli altri di fargli concorrenza. Questo è il monopolio da combattere.
Se alcune imprese si "mettono d'accordo" per vendere un determinato bene ad un determinato prezzo, ottenendo grandi guadagni, questo spronerà altri imprenditori ad entrare sul mercato presentando un prezzo minore per accaparrarsi la clientela. Se le quelle stesse imprese in accordo impediscono ai nuovi imprenditori di presentarsi sul mercato, utilizzando mezzi legali, allora quel mercato non è più “concorrenziale” e quindi si genera quella situazione che bisogna ostacolare. Ogni imprenditore, essendo essere umano, mira ad ottenere una certa rendita da una posizione e tentare di proteggersi contro la possibile concorrenza; ma senza l’intervento dello stato in suo soccorso questi scopi non possono essere raggiunti. [Prima Parte di Tre.]
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di Thomas J. DiLorenzo


[Originariamente pubblicato in The Review of Austrian Economics 9 (2), 1996.]


Il termine stesso "azienda che fornisce servizi pubblici" [...] è assurdo. Ogni bene è utile "al pubblico", e quasi ogni bene [...] può essere considerato "necessario". La nomina di alcune industrie come "servizi pubblici" è del tutto arbitraria ed ingiustificata.
    — Murray Rothbard, Power and Market

Alla maggior parte dei cosiddetti servizi pubblici è stata concessa l'esclusiva dei monopoli governativi, perché si pensa che siano dei "monopoli naturali." In parole povere, un monopolio naturale si dice che abbia luogo quando la tecnologia di produzione, come i costi fissi relativamente alti, fa sì che i costi medi totali di lungo periodo diminuiscano con l'espansione della produzione. In tali settori, recita la teoria, un unico produttore sarà in grado di produrre ad un costo inferiore rispetto ad ulteriori due produttori, creando così un monopolio "naturale". Risulteranno prezzi più alti se più di un produttore rifornirà il mercato.

Inoltre, si dice che la concorrenza sia fonte di disagi per i consumatori a causa della costruzione di impianti doppi, ad esempio, scavare le strade per installare due linee del gas o dell'acqua. Evitare tali inconvenienti è un altro motivo offerto dai monopoli statali alle industrie con un declino nei costi medi totali di lungo periodo.

E' un mito che la teoria del monopolio naturale sia stata dapprima sviluppata da economisti, e poi utilizzata dal legislatore per "giustificare" i monopoli. La verità è che i monopoli sono stati creati decenni prima che la teoria venisse formalizzata da un intervento degli economisti, che utilizzarono poi la teoria come una logica ex post per l'intervento del governo. Nel momento in cui venivano garantiti i primi monopoli di stato, la grande maggioranza degli economisti capì che su larga scala la produzione intensiva di capitale non portava al monopolio, ma era un aspetto assolutamente desiderabile del processo concorrenziale.

Qui la parola "processo" è importante. Se la concorrenza è vista come un processo dinamico, di rivalità imprenditoriale, allora il fatto che un unico produttore abbia i costi più bassi in qualsiasi punto nel tempo è di scarsa o nessuna conseguenza. Le forze durevoli della concorrenza — tra cui la concorrenza potenziale — renderanno impossibile il monopolio di libero mercato.

La teoria del monopolio naturale è astorica. Non ci sono prove storiche di un "monopolio naturale" — di un produttore che raggiunge nel lungo periodo costi medi totali ridotti rispetto a tutti gli altri nel settore, creando così un monopolio permanente. Come viene discusso di seguito, in molti dei cosiddetti settori pubblici nel tardo XVIII ed all'inizio del XIX secolo, ci sono letteralmente stati decine di concorrenti.



Economie di Scala Durante l'Era del Monopolio

Durante la fine del XIX secolo, quando i governi locali cominciavano a concedere monopoli, la comprensione economica generale era che il "monopolio" fosse causato dall'intervento del governo, non dal libero mercato, attraverso la concessione esclusiva, il protezionismo, ed altri mezzi. La produzione su larga scala e le economie di scala erano considerate come una virtù competitiva, non un vizio monopolistico. Per esempio, Richard T. Ely, co-fondatore della American Economic Association, ha scritto che "la produzione su larga scala è una cosa che non significa necessariamente una produzione di monopolio."[1] John Bates Clark, cofondatore con Ely, scrisse nel 1888 che la nozione secondo cui le combinazioni industriali "distruggerebbero la concorrenza non deve essere accettata troppo frettolosamente."[2]

Herbert Davenport dell'Università di Chicago suggerì nel 1919 che solo poche imprese in un settore dove ci sono economie di scala non "richiedono l'eliminazione della concorrenza,"[3] ed il suo collega, James Laughlin, osservò che anche quando "un'alleanza è grande, un'alleanza rivale può fornire una competizione più vivace"[4] Irving Fisher[5] ed Edwin R.A. Seligman[6] erano entrambi d'accordo sul fatto che la produzione su larga scala produsse vantaggi competitivi attraverso la riduzione dei costi pubblicitari, le vendite, e costi di spedizione minori.

Le unità della produzione su larga scala andarono inequivocabilmente a beneficio del consumatore, secondo gli economisti d'inizio secolo. Poiché senza una produzione su larga scala, secondo Seligman, "il mondo sarebbe tornato ad uno stato più primitivo di benessere, ed avrebbe praticamente rinunciato ai benefici inestimabili della migliore utilizzazione del capitale."[7] Simon Patten della Wharton School espresse un punto di vista simile "l'associazione di capitale non provoca alcun svantaggio economico per la comunità. [...] Le alleanze sono molto più efficienti di quanto lo fossero i piccoli produttori che esse hanno rimpiazzato."[8]

Praticamente come ogni altro economista dell'epoca, Franklin Giddings della Columbia considerava la concorrenza alla stregua degli economisti Austriaci moderni, come un processo dinamico di rivalità. Di conseguenza, osservò che

la concorrenza in alcune forme è un processo economico permanente. [...] Pertanto, quando la competizione di mercato sembra essere soppressa, dobbiamo indagare cosa ne è stato delle forze da cui è stata generata. Dobbiamo indagare, inoltre, a quale livello la concorrenza sul mercato è stata praticamente soppressa o convertita in altre forme.[9]

In altre parole, un'azienda "dominante" che offre prezzi più bassi rispetto a tutti i suoi rivali in qualsiasi punto nel tempo non ha soppresso la concorrenza, poiché la concorrenza è "un processo economico permanente."

David A. Wells, uno degli scrittori economici più popolari della fine del XIX secolo, scrisse che "il mondo esige abbondanza di merci, e le chiede a basso prezzo; e l'esperienza dimostra che le si può avere solo con l'impiego di grande capitale su vasta scala."[10] E George Gunton ritiene che

la concentrazione del capitale non manda fuori dal mercato i piccoli capitalisti, ma li integra semplicemente in sistemi di produzione più grandi e più complessi, in cui sono in grado di produrre [...] più a buon mercato per la comunità ed ottenere un reddito maggiore per se stessi. [...] La concentrazione di capitale non tende a distruggere la concorrenza. [...] Con l'uso di grandi capitali, di macchinari migliorati e di strutture migliori la fiducia permette alla corporazione di vendere a prezzi più bassi.[11]

Le citazioni qui sopra non sono una selezione, ma piuttosto un elenco comprensibile. Può sembrare strano per gli standard odierni, ma come A.W. Coats sottolineò, alla fine del 1880 c'erano solo dieci uomini che avevano raggiunto uno status professionale a tempo pieno come gli economisti negli Stati Uniti.[12] Così, le citazioni qui sopra coprono praticamente ogni economista di professione che aveva qualcosa da dire sul rapporto tra economie di scala e competitività al volgere del secolo.

Il significato di questi punti di vista è che questi uomini hanno osservato in prima persona l'avvento della produzione su larga scala e non hanno visto che ciò abbia condotto al monopolio, "naturale" o di altra natura. Nello spirito della Scuola Austriaca, hanno capito che la concorrenza è un processo continuo, e che la posizione dominante sul mercato è sempre necessariamente temporanea, in assenza di un monopolio regolamentare creato del governo. Questo punto di vista è anche coerente con le mie stesse scoperte per cui le "società d'investimento" della fine del XIX secolo stavano di fatto diminuendo i loro prezzi ed espandendo la produzione più velocemente rispetto al resto dell'economia — erano le industrie più dinamiche e competitive tra tutte le altre, non monopoliste.[13] Forse è per questo che vennero prese di mira dai legislatori protezionisti e sottoposte a leggi "antitrust."

La professione economica abbracciò la teoria del monopolio naturale dopo il 1920, quando si infatuò dello "scientismo" ed adottò più o meno una teoria della costruzione della concorrenza che calssificava le industrie in termini di rendimenti in costante diminuzione ed incremento (media dei costi totali in diminuzione). Secondo questo modo di pensare, i rapporti escogitati determinavano una struttura del mercato e, di conseguenza, della competitività. Il significato della concorrenza non era più visto come un fenomeno comportamentale, ma come un rapporto costruito. Con l'eccezione di economisti come Joseph Schumpeter, Ludwig von Mises, Friedrich Hayek, ed altri membri della Scuola Austriaca, il processo di rivalità competitiva ed imprenditorialità venne ampiamente ignorato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


Qui il link alla Seconda Parte.
Qui il link alla Terza Parte.

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Note

[1] Richard T. Ely, Monopolies and Trusts (New York: MacMillan, 1990), p. 162.

[2] John Bates Clark and Franklin Giddings, Modern Distributive Processes (Boston: Ginn & Co., 1888), p. 21.

[3] Herbert Davenport, The Economics of Enterprise (New York: MacMillan, 1919), p. 483.

[4] James L. Laughlin, The Elements of Political Economy (New York: American Book, 1902), p. 71.

[5] Irving Fisher, Elementary Principles of Economics (New York: MacMillan, 1912), p. 330.

[6] E.R.A. Seligman, Principles of Economics (New York: Longmans, Green, 1909), p. 341.

[7] Ibid, p. 97.

[8] Simon Patten, "The Economic Effects of Combinations," Age of Steel, 5 Gen. 1889, p. 13.

[9] Franklin Giddings, "The Persistence of Competition," Political Science Quarterly, Marzo 1887, p. 62.

[10] David A. Wells, Recent Economic Changes (New York: DeCapro Press, 1889), p. 74.

[11] George Gunton, "The Economics and Social Aspects of Trusts," Political Science Quarterly, Settembre 1888, p. 385.

[12] A.W. Coats, "The American Political Economy Club," American Economic Review, Settembre 1961, pp. 621-637.

[13] Thomas J. DiLorenzo, "The Origins of Antitrust: An Interest-Group Perspective," International Review of Law and Economics, Autunno 1985, pp. 73-90.

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