venerdì 18 maggio 2012

Il Mito dei Decenni Perduti del Giappone #2






Seconda Parte.




Qui il link alla Prima Parte.

Qui il link alla Terza Parte.


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di Kel Kelly


E' Tutta una Questione di Numeri

Quindi, come possiamo conciliare la discrepanza tra i dati ufficiali economici ed i dati circostanziali empirici di sopra? La risposta che suggerisco è che i dati ufficiali sono fallaci, perché si basano sul una cattiva teoria economica e su statistiche che cercano di aggregare fattori che non possono essere facilmente aggregati. Il cuore della discrepanza è che la crescita economica (uffiicale) è misurata in denaro, e il denaro non è ricchezza.

La misura fuorviante della crescita in questione è la crescita del PIL, perché è praticamente l'unico indicatore utilizzato dai professionisti per valutare la produzione economica. Il problema è che il PIL non è in realtà una misura della produzione reale fisica di beni e servizi, come si crede che sia. E' principalmente una misura di inflazione, come si crede che non sia. Per capire ciò, dobbiamo essere chiari su quello che è l'inflazione e cosa la causa.

In breve, i prezzi possono generalmente salire in tutta l'economia solo se la quantità di moneta nell'economia aumenta più velocemente rispetto alla quantità di beni e servizi. (Nei paesi economicamente retrogradi, i prezzi possono aumentare perché l'offerta di beni diminuisce.)

Quando l'offerta di beni e servizi aumenta più rapidamente dell'offerta di moneta — come è accaduto in tutto il mondo durante la maggior parte del 1800 — il prezzo unitario di ciascun bene o servizio cala, perché una data offerta di moneta deve comprare, o "coprire," una crescente offerta di beni o servizi. George Reisman ci offre la formula critica per la derivazione dei prezzi di tutta l'economia:




In questa formula, il prezzo (P) è determinato dalla domanda (D) diviso l'offerta (S).[1] L'aggregato dei prezzi è costituito dalla quantità di denaro speso per comprare ogni cosa nell'economia, diviso la quantità di oggetti venduti. La formula ci mostra che è matematicamente impossibile che l'aggregato dei prezzi aumenti a meno che
  1. aumenta la domanda, o
  2. diminuisce l'offerta — vale a dire, o vengono spesi più soldi per acquistare beni, o viene venduto un minor numero di prodotti nell'economia.

Nella nostra economia sviluppata, i prezzi stanno aumentando a causa del maggior denaro che entra nel mercato, non perché l'offerta di beni sta calando — o almeno non stanno diminuendo ad un ritmo sufficiente per far aumentare i prezzi al tasso usuale del 3 o 4% l'anno.

La stessa formula indicata in precedenza può essere applicata ai prezzi degli asset — azioni, bond, materie prime, case, petrolio, mestieri, ecc., ed anche ai ricavi e profitti aziendali. Come afferma Fritz Machlup,

E' impossibile che i profitti di tutte o della maggioranza delle imprese cresca senza un aumento effettivo del denaro circolante (attraverso la creazione di nuovo credito o detesaurizzazione).[2]

In sintesi, il prezzo di tutto nell'economia — in assenza di regressione economica — può salire solo con più soldi e più spesa. Anche se i prezzi di determinati beni o merci possono salire per un relativo aumento della domanda, è impossibile che i prezzi della maggior parte dei beni o asset aumentino contemporaneamente senza denaro aggiuntivo che li spinga più in alto.

Un economia in progressione è quella in cui si produce una quantità crescente di prodotti nel tempo. Si tratta di "cose" reali, non denaro di per sé, che rappresentano la vera ricchezza. Inoltre, se li beni sono prodotti ad un ritmo più veloce del denaro, i prezzi scenderanno. Con un'offerta costante di denaro, i salari rimarrebbero gli stessi mentre i prezzi scenderebbero, in quanto l'offerta di beni aumenterebbe mentre l'offerta di lavoratori no. Ma anche quando i prezzi aumentano a causa di denaro creato più velocemente dei beni, i prezzi ancora scendono in termini reali, perché i salari aumentano più velocemente dei prezzi a causa della stessa espansione dell'offerta di beni rispetto all'offerta di lavoro. In entrambi i casi, se la produttività e la produzione sono in aumento, i beni diventano meno costosi in termini reali.

Ovviamente, quindi, un'economia in crescita si riflette nei prezzi in calo, non in aumento. Non importa quanti beni vengono prodotti, se la quantità di denaro rimane costante, l'unica moneta che può essere spesa in un'economia è la determinata quantità di denaro esistente in essa (e la velocità, o il numero di volte che viene speso ogni dollaro, potrebbe non cambiare molto se l'offerta di denaro rimane invariata).

Pertanto, il PIL, che misura i prezzi in denaro, non ci dice necessariamente molto sul numero di beni e servizi effettivamente in fase di produzione; ci dice soltanto che se il PIL è in aumento l'offerta di moneta sta aumentando, in quanto un aumento del PIL è matematicamente possibile solo se il prezzo in denaro dei singoli beni prodotti aumenta in una certa misura. In caso contrario, con un'offerta costante di denaro ed una spesa costante, la quantità totale di denaro che guadagnano le compagnie (i prezzi di vendita totali di tutti i beni prodotti) e quindi il PIL stesso rimarrebbe necessariamente costante anno dopo anno.

I cosiddetti deflatori dei prezzi vengono calcolati ed applicati al PIL stimato al fine di regolare le variazioni dei prezzi in un modo che venga mostrato l'aumento della produzione come un aumento numerico del PIL. In altre parole, i deflatori cattureranno i veri aumenti della produzione e li trasformeranno in un numero positivo del PIL, a prescindere dal tasso di inflazione. Tuttavia, ci sono talmente tante falle nella metodologia e nel calcolo dei deflatori che le loro stime sulle variazioni dei prezzi sono altamente imprecise. Inoltre, ci sono molte ragioni per cui i governi che calcolano e applicano i deflatori sottostimerebbero intenzionalmente i risultati in modo da alterare le stime economiche ufficiali della crescita. Un'altra considerazione è che il PIL cattura in gran parte la spesa dei consumatori e sottrae una parte preponderante della spesa delle imprese. Pertanto, se in una data economia aumenta la spesa produttiva e cala il consumo, viene sottratto dal PIL un valore maggiore, rendendolo inferiore. In questo modo, il PIL e il progresso economico sono inversamente proporzionali. Per tutte queste ragioni, anche il PIL reale non è una cifra affidabile per valutare il progresso economico. (Per un'esposizione più dettagliata sul PIL, vedi pp. 423-427 in Kelly, The Case for Legalizing Capitalism).

Mentre il PIL può aumentare solo con più denaro e spesa, è ovvio che l'unica fonte di un aumento del denaro e della spesa è un aumento dell'offerta stessa di denaro, che a sua volta può scaturire solo dalla banca centrale. Le aziende non creano denaro, creano beni e servizi. Solo la banca centrale e le banche aderenti hanno la possibilità di creare moneta.[3]

Quando le banche centrali pompano un sacco di soldi nell'economia, stimolano la crescita del PIL (insieme ai ricavi aziendali e soprattutto ai profitti). Al contrario, quando non lo fanno, il PIL non cresce molto. Così, la crescita del PIL del Giappone è stata lenta perché la banca centrale del Giappone, la Banca del Giappone (BOJ), si è intenzionalmente impegnata in una politica monetaria prudente per gran parte degli ultimi 20 anni, come mostrato nella figura 1. La crescita delle base monetaria è all'incirca del 5% l'anno. Mentre l'offerta di denaro M1 è all'incirca del 10%, l'offerta di denaro più ampia M2 è all'incirca del 2-3%. L'inflazione nei prezzi al consumo, a sua volta, come mostrato nella figura 2, è rimasta abbastanza piatta.

Vale la pena ripetere quest'ultima frase: i prezzi al consumo sono rimasti abbastanza piatti — non in calo. La "deflazione" che si suppone abbia sperimentato il Giappone negli ultimi 20 anni — come comunemente affermato dai giornalisti finanziari e dagli economisti professionisti — in realtà consiste in prezzi che periodicamente calano del 1, 2, e, a volte del 3 o 4% nel corso di un anno o due prima di tornare a lievi tassi di crescita positivi. Tutto sommato, i prezzi al consumo hanno visto un lieve aumento, non diminuzione nel corso degli ultimi due decenni.


Fig. 1. Base monetaria del Giappone ed offerta di denaro, 1993-2010. Fonte: Federal Reserve Bank di St. Louis.


Fig. 2. Tasso di inflazione nei prezzi al consumo del Giappone, 1993-2010. Fonte: Federal Reserve Bank di St. Louis.


Ora osservate nella figura 3 quanto sia stata bassa la crescita dell'offerta di deanro negli anni 1990 e 2000 rispetto al 1980. Nella figura 4, che descrive quello stesso lasso di tempo, si noterà una riduzione del PIL, è passato dal range del 4% ~ 10% nel 1980 al range -2% ~ 2% negli anni 1990 e 2000.

La stessa evoluzione viene presentata da una prospettiva leggermente diversa nella figura 5, dove, invece di cambiamenti in tempo reale come come raffigurati nelle figure 3 e 4, vengono smussati PIL ed offerta di denaro sottoforma di crescita composta annuale di 40 trimestri (10 anni) del PIL nominale Giapponese e crescita composta annuale a 120 mesi (10 anni) dell'offerta di denaro Giapponese M2.

Va notato che, poiché ci vuole tempo affinché il nuovo denaro si moltiplichi e si diffonda nel sistema a riserva frazionaria, offerta di denaro ha un effetto ritardato di circa uno o due anni sulla crescita del PIL.


Fig. 3. Il calo nel tasso di crescita dell'offerta di denaro del Giappone sin dal 1980. La linea rossa è M2, e la linea blu è M3. Fonte: Banca del Giappone.


Fig. 4. Il declino nel tasso di crescita del PIL del Giappone sin dal 1980. Fonte: Seeking Alpha.


Fig. 5. Il PIL e l'offerta di denaro del Giappone che si muovono insieme.


Gli effetti ritardati dell'offerta di denaro colpiscono il PIL ed i prezzi (perché il PIL è costituito dai prezzi). Come ci si aspetterebbe, il PIL del Giappone e M2 si sono mossi sostanzialmente in linea l'uno con l'altro (figura 5). Si noti che dopo che l'offerta di denaro è scesa precipitosamente nel 1990 (come si vede nella figura 3), il PIL, dopo un picco, è calato nel corso dei due anni successivi (come si vede nella figura 4).

Il forte calo nella quantità di denaro (ed i corrispondenti livelli di spesa — variazioni di velocità nei mercati finanziari, in questo caso) mostrato nella figura 3 è quello che è responsabile, non solo della conseguente diminuzione dei prezzi e del PIL, ma anche del più immediato calo dei prezzi degli asset in Giappone. La figura 6 mostra la drammatica sequenza boom-bust dei prezzi degli immobili in Giappone, e la figura 7 mostra lo stesso per il suo mercato azionario. Il mercato immobiliare è caduto del 85% dal suo picco, mentre il mercato azionario è sceso del 82% dal suo picco — così come il Dow Jones è sceso del 89% dal suo picco dopo il 1929, a causa del crollo dell'offerta di denaro degli Stati Uniti.

I prezzi degli asset aumentarono più drammaticamente rispetto ai prezzi al consumo in Giappone durante il boom degli anni '80, perché l'enorme quantità di moneta creata finì in modo sproporzionato nel sistema finanziario piuttosto che nell'economia reale. In altre parole, la maggior parte del nuovo denaro venne utilizzato per investimenti finanziari e per la speculazione, piuttosto che per la spesa sul capitale, sul lavoro e sui beni di consumo. Logicamente, quando la creazione del credito rallentò alla fine degli anni '80 — ed apprave l'inevitabile riduzione della spesa, le perdite bancare/aziendali, e la contrazione monetaria — l'evaporazione del denaro e la conseguente vendita degli asset si verificò molto di più nei mercati finanziari che nell'economia reale. Quello ando su di più, scese giù di più. In flessione, i mercati degli asset si sgonfiarono; ma l'economia reale — ed il PIL — non più di tanto.


Fig. 6. Il boom e bust del mercato immobiliare Giapponese (sei aree urbane di grandi dimensioni). Fonte: Japan Real Estate Institute.


Fig. 7. Il boom e bust del mercato azionario Giapponese (Nikkei 225 Stock). Fonte: Yahoo Finance.


Proprio perché l'offerta di denaro non è stata rigonfiata e diretta verso i mercati finanziari che il mercato azionario Giapponese è rimasto morto negli ultimi due decenni. Ed a meno che i consumatori Giapponesi decidano di rinunciare ai beni di consumo — incluse le loro case — ed alle azioni, rimarrà morto finché nuovo denaro creato dalla BOJ lo spingerà più in alto. Ma, soprattutto, il mercato azionario "morto" non danneggia né i consumatori Giapponesi né l'economia Giapponese.



La Prova della Crescita del Giappone

Finora abbiamo visto che c'è stato un declino nell'offerta di denaro del Giappone, e quindi nei prezzi al consumo, nei mercati degli asset, e nella crescita del PIL. Ho anche detto che la crescita del PIL di per sé è solo una statistica che non rappresenta una reale crescita economica. L'obiettivo principale di questo documento è quello di dimostrare che, mentre il PIL è cresciuto a passo di lumaca la crescita economica vera e propria è stata piuttosto robusta — approssimata alla crescita economica reale in altri paesi sviluppati.

Se il Giappone, come sostengo, ha infatti visto una crescita economica simile a quella di altre nazioni sviluppate, ci si aspetterebbe che il suo PIL pro capite sia rimasto in linea con queste nazioni. Anche se la crescita del PIL di un singolo paese non ci dice molto, un confronto del PIL pro capite tra i paesi fa la differenza. Ciò è dovuto al fatto che il PIL è principalmente una misura di denaro. Le grandi valute che fluttuano liberamente, come quella del Giappone e degli Stati Uniti, sono regolate dai mercati in modo da mantenere prezzi relativi tra i due paesi al fine di mantenere una parità di potere d'acquisto. Questo (in gran parte) annulla i cambiamenti indotti dall'inflazione. In modo simile, anche regolare il PIL pro capite attraverso il calcolo della parità del potere d'acquisto (PPP) dovrebbe compensare le variazioni dei tassi di inflazione tra il Giappone e gli Stati Uniti.

Ad esempio, se gli Stati Uniti espandono l'offerta di denaro ad un tasso doppio del Giappone, i prezzi al consumo dell'America ed il PIL dovrebbero aumentare di circa il doppio del tasso del Giappone (anche se le relative variazioni del PIL nei vari paesi — così come i loro deflatori dei prezzi — sono piuttosto discutibili a causa della loro esposizione a diversi livelli di manipolazione del calcolo da parte delle autorità competenti). Visto che c'è il doppio della quantità di dollari rispetto agli yen ed il raddoppio dei prezzi negli Stati Uniti rispetto al Giappone, il dollaro dovrebbe scendere della metà nei confronti dello yen. Questa regolazione del denaro e dei prezzi mantiene i rispettivi valori del PIL aggiustati in termini reali.

Ora guardiamo i dati. Se l'economia del Giappone è davvero rimasta in gran parte piatta, come sostiene la maggior parte del mondo finanziario, mentre quella dell'America è per lo più aumentata, allora il PIL pro capite del Giappone, misurato in dollari alla parità di potere d'acquisto, non dovrebbe essere tanto al di sopra a dove si trovava nel 1990 all'inizio dei "decenni perduti" del Giappone. Certamente non dovrebbe essere allo stesso livello rispetto al PIL pro capite dell'America o dell'Europa. In questo caso di crescita in gran parte piatta, un grafico del PIL pro capite sarebbe simile alla figura 8, che mostra il PIL pro capite della Sierra Leone, o alla figura 9, che mostra quello di Haiti, che sale leggermente.[4] In altre parole, dovrebbe apparire come il trend di crescita del PIL pro capite dei paesi che veramente non sono cresciuti molto.

Ma in realtà, il PIL pro capite del Giappone al PPA è aumentato costantemente, come mostra la figura 10. In altre parole, il PIL pro capite del Giappone è cresciuto nel tempo,[5] passando da $19K pro capite nel 1990 a $34K nel 2010. Allo stesso modo, gli Stati Uniti avevano un PIL pro capite di $23K nel 1990, ed oggi è a $46K. Il PIL pro capite dell'America è quindi il 100% superiore rispetto a quello del 1990, mentre quello del Giappone è del 79% più alto. Questo ci va abbastanza vicino per definirli paragonabili. (Tenete a mente che questi calcoli formali del PIL pro capite sono tutt'altro che precisi ed affidabili; è del tutto possibile che la crescita reale in Giappone sia, diciamo, del 105% superiore, mentre quella degli Stati Uniti del 85%. Il punto è che anche i dati ufficiali prodotti dagli economisti di professione, mostrano che il Giappone è cresciuto notevolmente.)


Fig. 8. L'economia stagnante della Sierra Leone. Fonte: Fondo Monetario Internazionale, "World Economic Outlook", Aprile 2010.


Fig. 9. L'economia stagnante di Haiti. Fonte: Fondo Monetario Internazionale, "World Economic Outlook", Aprile 2010.


Fig. 10. Aumento del PIL pro capite del Giappone nel corso del tempo. Fonte: Fondo Monetario Internazionale, "World Economic Outlook", Aprile 2010.


La figura 11 mostra un altro punto di vista dello stesso fenomeno, e la migliore prova che il Giappone è cresciuto in linea con gli altri paesi sviluppati. Il grafico mostra il PIL pro capite tra i paesi OCSE (un gruppo di paesi sviluppati e per lo più sviluppati) sia nel 1987 che nel 2007. Il PIL pro capite del Giappone nel 1987 (le barre celesti) è stato quasi del tutto in linea con quello della Germania e della Francia, i paesi sopra e sotto il Giappone in questa classifica. Venti anni dopo, nel 2007 (le barre blu scuro), il Giappone aveva ancora PIL in linea con gli stessi due Paesi — solo leggermente al di sotto della Germania e appena al di sopra della Francia. Le proporzioni sono invariate!

Se fosse vero che il Giappone ha visto una crescita notevolmente più lenta negli ultimi 20 anni rispetto agli altri paesi industrializzati, il Giappone non poteva ancora avere la stessa posizione relativa in termini di PIL pro capite 20 anni più tardi. A giudicare dalle dimensioni delle barre celesti del 1987, il Giappone aveva circa le stesse proporzioni relative che ha oggi (o come nel 2007 in questo caso, poco prima che arrivasse la crisi finanziaria mondiale). Quindi, se il Giappone è stato in recessione negli ultimi due decenni, allora lo sono stati anche Germania e Francia ed altri paesi sviluppati. In effetti, il Giappone, dopo tutta la sua presunta mancanza di crescita, si colloca ancora al di sopra della media OCSE.

Chiaramente, la crescita del PIL è una misura che non da informazioni. L'economia Giapponese è stata in salute anche se gli economisti di tutto il mondo hanno lamentato la sua crescita stagnante.


Fig. 11. Il PIL pro capite del Giappone rimane nella stessa proporzione di altri paesi. Fonte: "OECD in Figures 2008," OECD Observer.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli


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Note

[1] Consultare G. Reisman, Capitalism: A Treatise on Economics (1996), p. 897, per una dimostrazione completa. La maggior parte dei concetti in questo paper sono derivati dai principi di alto livello enunciati da Reisman. Per ulteriori concetti connessi a questo argomento, consultare Reisman, "The Stock Market, Profits, and Credit Expansion," "The Anatomy of Deflation," e "Monetary Reform."

[2] F. Machlup, The Stock Market, Credit, and Capital Formation (1940), p. 90.

[3] Se c'è qualche dubbio che il denaro o i prezzi possono essere incrementati da un qualsiasi altro mezzo, per favore consultare George Reisman, Capitalism: A Treatise on Economics (1995), pp. 895–921. Questa esposizione dovrebbe mettere a tacere qualsiasi altro argomento contrario.

[4] Questo non vuol dire che l'affermazione comune è che l'economia Giapponese è stata così disastrosa come quella di questi due paesi non sviluppati; è solo per dire che un crescita piccola o nulla è proprio questo, e sarebbe rivelata come una linea piuttosto piatta su un grafico che mostra il PIL pro capite in dollari nel corso del tempo.

[5] È importante sottolineare che nulla di tutto questo vuol dire che pongo tanta fiducia nella precisione dei grafici che sto utilizzando, come gli indici di inflazione, i deflatori dei prezzi, i calcoli del PIL, e il concetto stesso di raccolta dati, e la metodologia del PIL è di per sé più che discutibile. Ma sto usando i migliori dati formali che ho potuto trovare; sto analizzando i termini utilizzati e forniti dagli economisti mainstream.

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